Sostegno alle famiglie dei detenuti e recupero dei soggetti condannati: presentato il progetto ''Liberiamo la Speranza''

Lunedì 29 Marzo 2021
Sensibilizzare la comunità territoriale in materia di giustizia e di misure alternative, oltre ad aiutare il reinserimento nella società di chi ha ricevuto una condanna. Sono questi i pilastri su cui si basa il progetto "Liberiamo la speranza". La novità dell'iniziativa, ideata dalla Caritas diocesana di Cerignola-Ascoli Satriano in collaborazione con l'Uepe (Ufficio di esecuzione penale esterna) di Foggia e finanziato con i fondi dell'OttoxMille della Chiesa cattolica, è l'obiettivo ambizioso di aiutare anche il nucleo familiare.

"Il progetto si occupa di famiglie e persone in conflitto con la giustizia - ha spiegato don Pasquale Cotugno, direttore della Caritas diocesana -, ha due filoni molto importanti: sensibilizzare il territorio su questi temi, attraverso i linguaggi della giustizia, e stare attenti alle fragilità delle famiglie dell'intera diocesi".

Il punto di partenza è stata la lettera pastorale scritta dal vescovo Luigi Renna nel 2020/2021, intitolata la Via della speranza. "Per me è importante questo punto di partenza - ha aggiunto Don Pasquale -, perché ogni progettualità deve rientrare in un piano pastorale della nostra realtà ecclesiale, ciò significa provare a cambiare la mentalità dell'intera collettività e comunità. Da tempo abbiamo pensato con il vescovo, anche all'interno della Caritas, di occuparci di persone molto fragili, perché è vero che nel nostro territorio non è presente un carcere ma ci sono tanti soggetti che sono in conflitto con la legge".

E' in essere, infatti, una collaborazione molto forte con l'Uepe di Foggia e il comparto dei servizi sociali, sempre costante in questi anni. "Tutti gli uomini hanno pari dignità, a prescindere anche dei loro comportamenti - è stato il commento del Procuratore di Foggia Ludovico Vaccaro durante la presentazione del progetto -. Le pene non devono consistere in comportamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. Tutto il sistema penale dovrebbe tendere al recupero del condannato e non alla sua punizione, invece così non è. L'intero sistema penale, però, è quasi esclusivamente punitivo: cioè la pena, e già nel termine stesso c'è il concetto del castigo, è basata sulla segregazione. Quindi non ci dobbiamo meravigliare se poi restituiamo alla collettività delle persone ancora più arrabbiate, comunque persone che non hanno avuto la possibilità, l'opportunità di una revisione critica del loro operato, del loro vissuto, una comprensione di quelle che sono state le origini, la fonte del loro agire contro legge".

Ciò che ha spinto a lavorare su questo progetto è la costruzione di una rete di inclusione sociale e la presenza di una cabina di regia per la gestione dei casi di soggetti in conflitto con la giustizia. "La cabina di regia opera da tempo a Foggia, svolge un lavoro importante - ha evidenziato don Pasquale - però non c'è una prassi condivisa e ogni ente ha sempre agito un po' per conto suo, è necessario invece un metodo e un'operatività più condivisa. Inoltre, bisogna dare significati condivisi alle diverse tipologie di misure alternative. Può sembrare scontato, per noi invece è un aspetto importante".

Importante - è emerso dal dibatto - è passare da una giustizia reocentrica, quindi concentrata solamente sul reato e su chi lo commette, a una giustizia riparativa, che coinvolge anche la vittima e la comunità. "La funzione riabilitativa, il reinserimento nella società avviene attraverso una pena efficace - ha ribadito Vaccaro -, non possiamo concepire la sanzione come una gabbia, una situazione che mortifica la dignità. Bisognerebbe entrare nelle carceri, tutti rimangono colpiti da un ambiente che non è sicuramente rispondente a un principio costituzionale della dignità che è calpestata. C'è bisogno di una rivoluzione: il senso della pena è di tutela della collettività finché il soggetto è pericoloso".

Gli obiettivi da raggiungere si realizzano attraverso tre fasi. La prima è formare un gruppo di operatori di volontari che agiscono nei vari contesti come le parrocchie, le associazioni e le cooperative. "Dopo questo primo step - ha affermato don Pasquale -, l'obiettivo è assegnare cinque borse lavoro, opportunità preceduta da un percorso di formazione, di educazione alla cittadinanza attiva e alla legalità per i soggetti in conflitto con la legge. Bisogna capire quali sono i soggetti adatti, la loro storia e quali sono le qualità. Terzo obiettivo è garantire un'assistenza domiciliare alle famiglie dei detenuti, con particolare attenzione ai minori. Il terzo obiettivo è molto complesso, perché vogliamo aiutare tutta la famiglia: di solito, infatti, chi resta a casa, non avendo le capacità di portare avanti la famiglia, cade molto più facilmente nella rete dei clan che promettono somme di denaro per la loro sussistenza. Chi soffre sono i minori e, se non vengono seguiti in maniera attenta, possono rischiare di uscire fuori dai circuiti educativi e di socializzazione", ha concluso il direttore della Caritas.

Pietro Capuano