I foggiani alle Olimpiadi: Paolo Curcetti (Roma 1960)

Mercoledì 21 Luglio 2021
Ad infuocare le già torride estati foggiane nel 1960 ci pensa Paolo Curcetti. Alle Olimpiadi di Roma il piccolo pugile indossa la maglia azzurra nella categoria dei pesi mosca. Nella boxe gli iscritti sono 282, suddivisi in 10 categorie di peso. Il 25 agosto alle ore 21.00 rimbomba il suono di gong al PalaEur, ed il primo italiano a salire sul ring è proprio Curcetti. Ha da poco festeggiato i 24 anni, è stato quattro volte campione italiano, ha disputato anche i campionati europei uscendo al secondo turno a Lucerna nel 1959, battuto dall'ungherese Toroc dopo aver superato il turco Incesu. Lo allena il maestro Affatato, nella Palestra Alfonso Taralli. 

Coraggioso, attaccante, pronto a sfidare senza problemi qualsiasi avversario, Curcetti era forte fisicamente, ma aveva il suo punto debole nel calo che esibiva alla distanza. Mancanza di fondo dovuta, probabilmente, a quella voglia di godersi la vita in ogni aspetto, di non fare del pugilato l'unica ragione delle sue giornate. 

Nel match di apertura a Roma aveva sconfitto l'ugandese Francis Kisekka. Lo aveva letteralmente malmenato, anche se nella foga si era disunito, esponendosi ai colpi di incontro del rivale. Aveva comunque chiuso con verdetto unanime. Era felice, anche perché era stato proprio lui ad avere tirato il primo colpo del torneo olimpico romano. Nel secondo combattimento aveva affrontato il belga Joseph Horny, uno che sembrava più portato per la maratona che per il pugilato. Scappava e poi scappava ancora, tentando di coprirsi con il sinistro in allungo. Paradossalmente, era stato proprio quel rifiuto a impegnarsi nella battaglia, a esaltare Curcetti, uno che nella bagarre si trovava a suo agio. Era andato a cercare il belga, lo aveva travolto, dominandolo letteralmente. Un altro 5-0, e il biglietto per il terzo turno era staccato. 

L'avversario successivo si chiamava Abdel Moneim El-Guindi, un egiziano.Come al solito, Curcetti aveva cercato di travolgerlo sin dal primo gong. L'altro non si era lasciato intimorire. L'azzurro era più veloce, portava ganci stretti ed efficaci. L'egiziano era più preciso. Una battaglia a corta distanza. Nella seconda ripresa il foggiano si era ferito all'arcata sopracciliare sinistra, il suo secondo punto debole. Le ferite. L'arbitro aveva chiamato il medico, il dottore era salito sul ring, aveva esaminato la ferita e poi aveva dato il suo consenso. Si poteva continuare. Curcetti era riuscito a tenere bene anche nel terzo round. Match incerto. Verdetto sul filo. Quattro giudici avevano visto prevalere l'africano di un soffio. Il quinto era stato per l'italiano. Il pubblico del PalaEur  aveva accolto il risultato con un uragano di fischi

Si concludeva così l'avventura del pugile foggiano alle Olimpiadi. Che della boxe si era innamorato fin da ragazzino. La scelta di fare un'esibizione davanti ai soldati americani, aveva portato a Foggia addirittura il grande Joe Louis allo Zaccheria. Quando la guerra era finita, i militari avevano lasciato la base ed erano tornati a casa. Nell'ansia del rientro, avevano abbandonato sul campo quello che li aveva aiutati a passare lunghe ore di attesa. Il pugilato era stato un passatempo praticato con passione. E adesso che erano andati via, a parlare di quei giorni era quel che avevano lasciato in eredità: due ring, guantoni, sacchi e altro materiale ancora. Molte di quelle cose erano state abbandonate in strada, era stato così che i bambini avevano cominciato a giocare alla boxe. Vincenzo Affatato era un maestro di pugilato, ma era anche un uomo con tanta voglia di fare. Aveva messo in piedi una vera palestra. Vera per come poteva esserlo a quei tempi una palestra. Paolo Curcetti ne era rimasto affascinato, anche se testimoni dell'epoca giuravano che lui al tempo si allenasse seguendo criteri molto personali. 

Ad esempio, facendo sparring con il cavallo di famiglia. O tirando colpi tremendi ad alcuni sacchi di grano. Il ragazzo aveva grinta, carattere, aggressività. Era un peso mosca combattivo, uno che viveva le tre riprese a ritmi pazzeschi, esercitando una continua pressione sull'avversario. 

Aveva voglia di bruciare le tappe. E così, nel 1957, aveva fatto. Una sorta di salto triplo. Campione italiano novizi ad inizio anno, campione assoluto a fine stagione. Era nato per la boxe, anche se non aveva molta voglia di rispettare i comandamenti. Amava la caccia, la preferiva agli allenamenti. Gli piaceva cavalcare. E anche questo per lui era decisamente più piacevole dei pomeriggi trascorsi a sudare, a dare e prendere cazzotti in palestra. 

Aveva fisico, determinazione, aggressività. Rea e Poggi l'avevano chiamato in nazionale, Paolo non li aveva delusi anche se la sfortuna lo aveva perseguitato. Nel quadrangolare di Roma, ultimo torneo di selezione per formare la squadra olimpica, si era ferito nel match d'esordio. Un taglio all'arcata sopracciliare gli aveva impedito di disputare gli altri combattimenti, ma i tecnici lo avevano comunque voluto in squadra. Troppo più forte rispetto agli altri. E poi il match disputato in vicinanza dei Giochi contro Dubrescu Roma, era stato uno spettacolo di grandissima qualità. E lui quel match l'aveva vinto.

Pino Autunno