100 anni fa nasceva il PCI. Bello e cattivo tempo nella fortezza di Manfredonia

Giovedì 21 Gennaio 2021
Domani saranno trascorsi esattamente 100 anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano, avvenuta con la scissione dal Partito Socialista al Congresso di Livorno del 21 gennaio 1921. Dopo L'espresso, che ha iniziato alcune settimane fa, aumentano le narrazioni dell'evoluzione e dell'influenza che l'ormai sciolto partito ha avuto sulla vita pubblica e su quella delle comunità, non solo quelle da esso rappresentate.

La Capitanata è terra di braccianti e sono tanti i centri nei quali il PCI è stato lungamente un saldo punto di riferimento per la cittadinanza, a volte anche al di là dei convincimenti politici.
Manfredonia non fa eccezione e il Partito Comunista ha vissuto fasti non da poco, in termini di partecipazione numerica.
Negli anni '80 c'erano ben tre sedi, una in ogni zona della città. Quella storica e nel pieno centro della città, su corso Manfredi, via anche dello struscio serale e delle attività commerciali. Un'altra si trovava nella zona prospiciente la stazione ferroviaria. Un'ultima è quella che copriva il popoloso quartiere Monticchio, dalla parte opposta della città. Anni durante i quali si raggiungevano anche 1.500 iscritti.Manfredonia è stata anche la città di Michele Magno, che resta tra i comunisti locali più noti. Onorevole e senatore, dal 1953 al 1972.

È anche la città dell'ex onorevole Franco Mastroluca, dell'attuale deputato Michele Bordo e del consigliere regionale Paolo Campo, a volerla mettere su un'attualità più recente.

Il primo sindaco eletto dopo la proclamazione della Repubblica fu Nunzio Casalino, nel 1946, del PCI. Dovettero passare 23 anni per rivedere un sindaco comunista: Nicola D'Andrea. A lui seguì prima Michele Magno, che aveva lasciato Roma, e, successivamente, Girolamo Campo. A cavallo dello scioglimento del Partito Comunista Italiano, nel 1991, l'ultimo primo cittadino: Francesco Castriotta.

Forse non tutti sanno che proprio a Manfredonia si conobbe in anteprima nazionale quale sarebbe stato il logo del Partito Democratico della Sinistra (PDS).
Il grafico di via delle Botteghe Oscure era sipontino, Bruno Magno, figlio dell'ex senatore, e questi lo inviò ad alcuni suoi amici sipontini per vedere che effetto faceva e il suo eventuale gradimento.
Una sorta di test bonario, ma si diffuse in città e prima ancora che Achille Occhetto potesse presentarlo, a conclusione del congresso che sancì il cambio del nome e del simbolo del partito, c'era già chi lo conosceva a Manfredonia.



I ricordi degli anni'80 di Matteo Borgia: uno dei segretari più giovani d'Italia
Lui è stato il segretario della sezione Giuseppe di Vittorio del Partito Comunista Italiano più giovane di Manfredonia e d'Italia. Aveva compiuto da pochi mesi i 18 anni, nel 1983, quando, dopo l'esperienza nella Federazione Giovani Comunisti Italiani, ebbe a ricoprire un così importante ruolo di responsabilità.
"Il partito aveva scelto di puntare molto sui giovani - racconta Matteo Borgia a l'Attacco, è lui il protagonista del primato di precocità qui sopra -, tanto è vero che furono eletti con me altri due segretari giovanissimi: Pasquale Marcolongo alla sezione A. Gramsci in centro e Mimmo Azzarone alla sezione Ho Chi Minh, che era quella al quartiere Monticchio".

Da tempo è rimasta una sola sezione, se può valere quella del PD in quanto diretta espressione, che ha cambiato locazione non molto tempo fa e non senza polemiche del precedente locatore.

Erano giovani animati "da una grande passione ideale. C'era verso la politica l'atteggiamento che oggigiorno troviamo nel tifo calcistico, per certi versi. Nel momento in cui ci si schierava, si diventava militanti. Il sogno e l'utopia erano di cambiare il mondo. Si diceva: spezzare le catene per far brillare il sole dell'avvenire".

Matteo Borgia puntualizza che "qui la storia è stata abbastanza ondivaga. Questa è stata anche la terra del senatore Nicola Ferrara, della Democrazia Cristiana, oltre che di Michele Magno. Dal punto di vista bracciantile, la città non aveva la storia che è propria, invece, di San Severo, Torremaggiore e Cerignola, per esempio. Fino ad un certo punto, la distinzione tra i comunisti sindacalisti e quelli del partito non era netta, visto che non era stata ancora introdotta l'incompatibilità tra le funzioni, vedi Giuseppe Di Vittorio".

Sono tanti i nomi che associa ai ricordi del PCI, oltre a quelli più noti: Salvatore Castrignano, Pierino Pasqua, Alfredo Della Torre, Matteo Marziliano e "tutti quei compagni che ancora oggi mantengono vivo il senso di appartenenza".

La sua generazione si è formata "con i libri di Gramsci e Berlinguer, non di Marx e di Lenin, quindi avevamo un'idea del comunismo radicalmente diverso da quella rivoluzionaria del Partito Comunista Sovietico". All'interno del partito, a Manfredonia, c'era comunque una dialettica molto serrata e accesa, a volte, "ma vigeva la regola del centralismo democratico che prevaleva su tutto. Dentro si potevano fare tutte le battaglie possibili, basti pensare a quello che successe sul nucleare, però la decisione che veniva presa a maggioranza era quella che tutti sostenevano all'esterno, in maniera monolitica. Magari venisse riscoperta oggi, forse ci semplificherebbe la vita".

Si veniva fuori dagli anni di piombo: "erano stati tempi politicamente molto vivaci".
A Manfredonia non si era stati da meno, "era molto polarizzato lo scontro tra la destra e la sinistra - ricorda Borgia -, soprattutto tra i movimenti giovanili che erano molto radicalizzati. Se le davano di santa ragione, non solo metaforicamente".
Numericamente, non era un confronto pari, però "il Fronte della Gioventù era un'organizzazione molto agguerrita e politicamente ben preparata. Ci si fronteggiava, ma ci si rispettava molto".

La svolta della Bolognina, che porterà allo scioglimento del PCI e alla sua confluenza nel Partito Democratico della Sinistra, fu vissuta con tanta preoccupazione. "Le tre mozioni erano quasi equamente partecipate e non ci fu una posizione unica. Anche in quell'occasione, il dibattito fu franco e molto sentito, oltre che partecipato. Il congresso di Rimini, poi, sancì definitivamente la fine del PCI".
Prima del commiato, c'è ancora occasione per ascoltare un aneddoto. "Si tratta di un atto eroico, compiuto all'epoca dell'assalto dei fascisti alla Camera del Lavoro - ci tiene particolarmente a ricordare, perchè ne resti memoria, Matteo Borgia -. Francesco Paolo Campo, nonno dell'omonimo contemporaneo, era un umile lavoratore siciliano che si occupava di barche. Quando avvenne, nel ventennio, quell'episodio di violenza, conservò la bandiera della Lega dei Pastai e dei Mugnai, a rischio della propria incolumità fisica. Era rossa, con ricami e trame d'oro. La custodì fino al termine del conflitto mondiale ed è rimasta nella sezione del Partito Comunista di Manfredonia fino ai giorni nostri, anche se ignoro dove si trovi attualmente".


Collquio con Michele Lauriola. "Le sezioni erano autentiche case del popolo. Se avevi problemi, trovavi aiuto dai compagni"
Non ha mai avuto la tessera del Partito Comunista Italiano, perché non era ancora attivista politico, ma è un uomo che appartiene alla sinistra manfredoniana, sin dal suo debutto sulla scena pubblica, con Rifondazione Comunista. Michele Lauriola ha vissuto da esterno, rispetto a chi potrebbe fare discorsi 'pro domo sua', ma molto da vicino, gli anni dei comunisti a Manfredonia. La sua esperienza accanto allo scomparso Alfredo Della Torre, lungamente militante nel PCI, ne è un esempio significativo, ma non il solo.

"La presenza di una forza comunista di quel livello - commenta Michele Lauriola - è stata determinante per numerose conquiste sociali, dal momento che riusciva a mobilitare le masse e ad organizzare grandi manifestazioni come nessun'altra forza".
Impossibile non parlare del Primo maggio, che Lauriola ricorda bene come si svolgesse in loco. "I membri del PCI e del PSI, negli anni '70, facevano la famosa sfilata dei garofali, che erano il simbolo della festa. I primi con la copia de L'Unità sotto il braccio, che veniva anche portata e venduta casa per casa, e i secondi con L'Avanti, invece. Prendeva parte praticamente tutta la cittadinanza, compresi coloro che vivevano nelle zone più periferiche".
Mobilitazione di massa che era la stessa anche nell'occasione del 25 aprile, con frotte di manfredoniani che si riversavano per le strade. E la Festa dell'Unità? "Durava una settimana intera ed era un evento di grandissimo afflusso. Per annunciarla, venivano affissi manifesti dovunque e si svolgevano tanti dibattiti politici. Momenti di riflessione che venivano accompagnati anche dalle attrazioni e dalle attività più ludiche: il panino con la salsiccia in primis, visto che non era proprio cosa da tutti i giorni in quegli anni".

Erano periodi durante i quali "le sezioni del PCI erano autentiche case del popolo e le assemblee pubbliche erano affollate. Chi aveva problemi, sapeva che poteva trovare compagni che si mettevano a disposizione per prestare loro aiuto", specifica ancora Michele Lauriola. Di fronte alla sede storica su corso Manfredi, ad un primo piano, "c'era la sede della FGCI, che veniva utilizzata anche per tenere le segreterie in maniera un po' più discreta e lontano dagli occhi di tutti. Erano tempi che, quando entravi in sede, era facile trovare dozzine di persone che si intrattenevano, magari giocando a carte tra loro, perciò poteva diventare necessario ritagliarsi maggiore serenità".

I punti di riferimento storici per la comunità manfredoniana "sono stati Michele Magno, Girolamo Campo, Nicola D'Andrea, che fu anche consigliere regionale, Francesco Castriotta, tutti primi cittadini della città. C'era anche Andrea Pastore, al quale abbiamo dedicato anche la nostra sezione, il professor Di Nuovo e il professore Michele Spinelli, Franco Mastroluca, Sasà La Scala. Sono tantissimi e rischio di dimenticarne qualcuno, per quanto era vasta e partecipata la platea". Pastore passò a Rifondazione, dopo lo scioglimento del PCI, come fece anche il professore Antonio Longo.

Dopo aver citato questi nomi, Lauriola aggiunge che "l'antipolitica ha reso tutto così lontano e sbiadito. I partiti tradizionali sono stati messi in crisi e a Manfredonia ne abbiamo un fulgido esempio. Temo il pasticcio che potrebbe verificarsi, visto che sembra che tanti si stanno riciclando in liste civiche, alcuni appropriandosi di simboli delle ultime elezioni regionali, così non hanno da perdere tempo con notai vari".
(Matteo Fidanza - l'Attacco)©