Crisi dei bar, Atzori: ''Ristori inutili, vediamo un futuro incerto per tutti''

Giovedì 21 Gennaio 2021
La Puglia torna ad indossare la divisa arancione e sulla tavolozza di colore attende l'esito dei contagi per le prossime settimane. I numeri del virus crescono, raccontando uno scenario sofferto. La crisi sanitaria è ormai una crisi dai caratteri più generali, che sta rapidamente impoverendo diverse fasce. L'economia non può permettersi un altro lockdown, dicono gli esperti, ma le riaperture in zona arancione sono sempre più in bilico.


Coldiretti Puglia evidenzia circa 750 milioni di euro di crack per attività come bar, ristoranti, pizzerie e caffetterie. Questo ha comportato il crollo di circa 22 mila bar, ristoranti, pizzerie e 876 agriturismi in Puglia, dipingendo una situazione negativa per il settore agroalimentare.

"Non è cambiato nulla con questa nuova zona arancione - dicono a l'Attacco dal Bar Atzori - Abbiamo avuto un leggero aumento del lavoro quando siamo stati in zona gialla, perché la gente aveva voglia e desiderio di sedersi ai tavoli e di stare più sereni, considerando il fatto che le temperature esterne si sono anche irrigidite. Domenica e ieri, tornando arancioni, i tavoli sono stati spostati dall'acceso dei clienti e c'è stato un calo importante del lavoro. La gente non può entrare nel bar, può farlo solo per l'asporto e andar via. Il nostro genere di attività non si presta molto a l'asporto e al domicilio. Il delivery è una condizione dettata in maniera semi positiva ai ristoranti o a chi ha un prodotto diverso, considerato che il caffè lo sia ha a casa o in ufficio si ha la macchinetta, difficilmente c'è l'abitudine di ordinare il caffè e farselo portare a domicilio. È un prodotto che va consumato caldo sull'immediato, inoltre il bar è di per sé motivo di aggregazione, distacco dal lavoro quotidiano e quei dieci minuti di relax dalla giornata, che adesso è impossibile fare".


Si stima l'85% di fatturato in meno. "Rispecchia la mia realtà - continuano - Sono convinto che questa zona arancione influirà ancora. Quello che sta danneggiando di più oltre a questa ondata è la continua incertezza, non avere idee chiare e non avere programmazione del lavoro. Nei giorni di Natale noi non abbiamo aperto, ma perché a conti fatti si risparmiava più stando chiusi che non con le continue aperture e chiusure che non davano nessuna certezza. Non dobbiamo dimenticare che le nostre attività hanno una produzione a monte, non accendiamo e spegniamo l'interruttore. A monte dell'apertura di bar, pasticceria o di un ristorante c'è un approvvigionamento prima, una serie di procedure che portano via tempo. Anche questo secondo Dpcm a fasce colorate non fa comprendere alla gente fino a quando durerà, quando ci sarà una nuova valutazione. Questa mancata programmazione crea un danno a noi e ai fornitori di bibite".


E aggiunge: "Hanno generalizzato, perché si vuole scongiurare in tutti i modi eventuali assembramenti. Lo stesso discorso vale per i distributori automatici chiusi anche in città. Il decreto vieta l'asporto a quei soggetti che svolgono, come attività prevalente, una di quelle identificate dai codici Ateco 56.30 e 47.25, che rispettivamente prevedono nel primo caso asporto fino alle 22 (per attività che hanno una cucina, quindi non conta poter riscaldare il cibo con la griglia, per esempio), il secondo si riferisce al blocco per la vendita di bevande".


Alla luce del nuovo fermo parziale diverse sono le problematiche ancora in atto: le bollette continuano ad arrivare, nonostante le difficoltà riscontrare dal settore e la copertura minima fornita dai ristori. Dipendenti che aspettano la cassa integrazione da settembre e contratti senza possibilità di essere rinnovati. "Quello che mi preoccupa è che tra sei mesi, per esempio, se la situazione dovesse migliorare, mi ritroverei senza dipendenti, con ragazzi da dover formare da zero - affermano dal Bar Atzori - Per questo andrebbe fatta una valutazione attività per attività, in base alle possibilità".


E concludono: "I ragazzi hanno spostato il loro orologio biologico e anziché mangiare la pizza a cena la mangiano a pranzo. Non credo che le fasce orarie servano a molto, perché non si riesce a capire perché fino alle 18 non possa contagiarmi e dopo sì. È chiaro che si vogliono scongiurare assembramenti, ma il concetto nasce più per le città del Nord. Siamo un po' tutti stanchi ed esasperati da questa situazione. Il problema esiste e i morti ci sono, vorremmo solo idee chiare e capire di cosa parliamo".


Silvia Guerrieri