NON E' FRANCESCA | Le nuove città e la necessità di ''ricominciare'' dal principio

Venerdì 16 Luglio 2021
Se i passaggi dialettici compiuti finora non sono errati, la possibilità di una vera e propria trasformazione sociale dipende dalla volontà di rivisitare radicalmente i principi sui quali la realtà attuale si fonda. Bisogna "ricominciare dal principio". In qualche modo gli anni della contestazione sono stati attraversati dalla percezione di questa necessità nonché della sua possibilità. Si sono infatti avviati processi di destrutturazione e dello Stato e di ogni organizzazione reale o conoscitiva data. L'uomo, nella sua singolarità di individuo, è stato assunto come referente centrale di ogni processo significativo, tentando di ridisegnare ambiti e di ricostruire percorsi, strappandoli alla rappresentazione univoca ed alla conduzione concentrata la cui giustificazione fondamentale e  unitaria era il riferimento ad un uomo oggettivo, definito via via dai traguardi che scoperte ed invenzioni permettevano di generalizzare, sostituendolo ai singoli uomini con i loro problemi e difficoltà esistenziali e con le loro differenze singolari.

Questa revisione radicale si è scontrata con una società in ascesa dal punto di vista della sua organizzazione economica e strenuamente decisa, in quasi tutte le sue componenti occupate, cioè interessate a quel benessere, a difenderla. L'attrazione fatale di questo "livello di vita" acquisito non si è affievolita quando esso è entrato in crisi. L'ipotesi della sua perdita ha irrigidito tutti, rappresentandogli l'alternativa come rischiosa e responsabile di più dure catastrofi. Per questo, in alcuni, l'opposizione ha scelto la via dello scontro frontale, con uno scambio di metodi che ha immediatamente introiettato la contestazione come referente dialettico interno di una società tanto più forte quanto più contrastata con i suoi stessi metodi. Non più discussione dei principi, ma scontro personale, tutt'al più simbolico. 

Ricominciare dal principio vuol dire trovare invece prima di tutto un luogo in cui i problemi si diano nella loro forma sorgiva e per così dire tutti insieme, non già selezionati dalle categorie e teoriche e operative della società costituita. Questo luogo è evidentemente quello in cui si costituisce la società, ovvero i rapporti interpersonali acquistano un significato sociale vero e proprio, di uscita dall'individualità e dalle sue interrelazioni naturali, per diventare oggetto necessario di un'organizzazione dipendente da regole e capace di definire l'aggregazione come una realtà autonoma ed autoreferenziale.

La città organizzata in comune è questo luogo principale, e la restituzione ad essa delle sue prerogative rappresenta oggi il ricominciamento cercato. Essa è appunto il luogo in cui lo spazio e le relazioni sociali si presentano a ciascun uomo come problemi ma ad un tempo come possibilità reali. La fruizione di ciò che appare a disposizione richiede, in essa, operazioni accessibili, e la predisposizione delle condizioni di questa accessibilità si presenta come un compito eseguibile da ciascuno insieme agli altri. La relazione sociale non è neppure l'ipotetico riferimento a qualche simbolo spersonalizzato, ad una umanità non identificabile se non teoricamente. E' questa medietas che fa della città un referente ad un tempo concreto e pregnante di universalità. E' il primo luogo che si propone come mondo, dove si concentra tutto come realmente disponibile, a condizione che venga "governato". Il governo di tutto questo è appunto il Comune.

Che cosa è questo tutto e quale figura assume nella città? La vita dell'uomo, i suoi strumenti espressivi, i suoi bisogni/desideri, si dispongono su vari piani, che riguardano il suo corpo e la sua anima. Problemi di situazione nello spazio, di utilizzazione delle risorse, di fruizioni della reciprocità, di invenzione espressiva, di manifestazione della propria presenza, di incidenza sul tutto. Cioè problemi abitativi, economici, culturali, sociali, politici. Sono problemi che hanno, ciascuno, una loro logica  e misura quantitativamente definite; ma assumono un vero e proprio significato per l'uomo grazie alla reciprocità dinamica. Funzione della città, come società primaria, è quella di organizzare e garantire per tutti questa reciprocità, impedendo che singole attività - quella produttiva, ad esempio, quella simbolica, quella politica come gioco delle parti - prevalgano sulle altre sacrificando la complessità dei percorsi vitali.

Evidentemente, la restituzione di questa possibilità è una questione ad un tempo culturale e politica. Richiede il superamento della concezione dell'uomo diviso, di quell'individuo che risulta dalla composizione di astratti percorsi, ciascuno dei quali funziona autonomamente inserendosi in esso quella parte dell'attività individuale che lo riguarda. La dialettica sociale, in questa prospettiva, non riguarderebbe la reciprocità attiva tra individui, ma fra categorie oggettive, dei cui risultati poi gli individui sarebbero fruitori. 

Mancando così il regolatore soggettivo ciascuna attività tenderebbe a soverchiare le altre in un semplice confronto di forze. Questo accade macroscopicamente in quelle società così estese che il posto del soggetto individuale vi è ridottissimo: la sua voce non può orientare in alcun modo la direzione delle scelte, ma può tutt'al più "chiamare" l'applicazione a se stesso delle conclusioni. Questa è una concezione culturale a cui deve contrapporsi una autocoscienza unitaria come centro di una serie di attività grazie alle quali egli si costruisce il suo spazio, utilizza le risorse contribuendo a conservarle e ad accrescerle, esprime la propria personalità, inventa situazioni di dialogo ed esercita ogni relazione possibile, dice la sua sui problemi comuni. L'aspetto politico di questa riappropriazione comporta un altrettanto rovesciamento in prospettiva. 

E' una vera e propria operazione rivoluzionaria poiché comporta la destrutturazione del potere concentrato, la ricostruzione di situazioni assembleari specifiche e globali, la riappropriazione del potere diffuso come condizione normale e dei rapporti sociali e della gestione politica. Senza questa destrutturazione e questa corrispondente ricostruzione qualsiasi decentramento, federativo o no, lascia, per il cittadino, le cose come stanno: il potere concentrato agirà su di lui più da vicino, ma non per questo sarà meno espropriante, riproducendo una situazione signorile sia pure spersonalizzata, ovvero non giustificata, in chi comanda, dalla superiorità di diritto proclamata, ma dal servizio che, per mandato, dovrebbe essere da lui compiuto. E' tipicamente moderna questa concezione ministeriale del potere, strettamente connessa con il consenso ottenuto ( e concesso) in vista dell'offerta di una utilità organizzata.

Francesca Troiano