Protesta pacifica a Cerignola: ''Partite Iva e operatori chiusi sono diventati i nuovi poveri''

Mercoledì 7 Aprile 2021
"Vogliamo lavorare" e "non siamo operatori di serie B". Questo il grido di aiuto lanciato ieri mattina a Cerignola da circa 200 commercianti ofantini rappresentanti i settori colpiti dalle chiusure disposte dal Governo per contenere il contagio del Covid.

Alla spicciolata si sono riuniti in Piazza Duomo, in maniera pacifica e statica (almeno all'inizio della manifestazione), i piccoli imprenditori e hanno esternato tutto il proprio disagio e la volontà di riprendere a lavorare, rispettando i protocolli previsti che - a detta dei manifestanti - sono stati messi in pratica raramente. Uomini, donne, giovani e anziani: tutti uniti dalla stessa criticità, difficoltà, ma vogliosi di rimboccarsi le maniche e salvare il salvabile.

"Siamo qui a protestare pacificamente, questo è un sit-in statico in piazza - ha evidenziato a l'Attacco Vincenzo Erinnio, commerciante e uno dei promotori della manifestazione -. Sono presenti tutte le categorie coinvolte nelle restrizioni anti-Covid, tutti coloro che da oltre un anno vengono colpiti dalle chiusure proposte dal Governo centrale. Vogliamo riaprire le nostre attività, siamo arrivati allo stremo, non ce la facciamo più. Le partite Iva e questi settori sono diventati i nuovi poveri della società e questo non è accettabile, perché non è colpa nostra".

Una protesta che, nel corso della giornata, ha percorso tutta l'Italia con manifestazioni più o meno eclatanti. "Siamo chiusi dall'anno scorso praticamente, tranne quei pochi mesi in cui ci hanno dato la possibilità di riaprire affrontando dei grossi investimenti per attuare i protocolli e adesso ci ritroviamo a stare chiusi nonostante la presenza di norme anti-Covid - ha riferito a l'Attacco Natalia, giovane estetista -. Abbiamo ricevute le linee guida che grossomodo già avevamo anche prima del Covid: abbiamo lavorato su appuntamento, non c'è nessun tipo di assembramento, quindi perché questa chiusura?".

Anche la soppressione delle cerimonie è stato un duro colpo da digerire. "Sono una make-up artist e non lavoro da tanto tempo perché sono a stretto contatto con il mondo delle cerimonie - ha aggiunto a l'Attacco un'altra giovane, Giovanna -, ho dovuto restituire molti acconti, per sopperire la mancanza di entrate economiche mi sono adoperata in altri modi, anche facendo le pulizie nei condomini. I nostri clienti sono molto arrabbiati perché ci sono tante spose che hanno già rinviato il matrimonio, hanno bloccato dei pacchetti a loro disposizione e non sanno quando potranno usufruirne. Estate? Ci auguriamo che si possa ripartire, perché potremmo portare a casa qualcosa in più rispetto a questo periodo senza nessun introito, non riusciamo a quantificare le perdite perché siamo a zero. In questo modo, inoltre, stanno incrementando il lavoro nero: tenendo chiuse le nostre attività si dà manforte a chi magari fa aumentare i contagi perché ci sono persone che vanno in casa di altri e non c'è sicurezza".

In piazza erano presenti anche i ristoratori, una delle categorie più colpite dall'inizio della pandemia. "Non siamo noi il centro di distribuzione del virus - ha rimarcato Alessandro a l'Attacco -, noi ristoratori siamo gli unici che forse riusciamo a contingentare le persone, seguendo le regole. Non abbiamo più parole, siamo qui e protestare, speriamo che il nostro 'rumore' riesca a smuovere qualcuno perché non se ne può più. Siamo fermi da sette mesi, ma accendendo la tv ascoltiamo sempre di migliaia di contagi e centinaia di morti, vuol dire che la colpa non è nostra, siamo alla disperazione, chiediamo soltanto di riaprire. Gli aiuti non arrivano e a questo punto o ci fate rialzare le serrande o ci bloccate le tasse che ci stanno 'ammazzando' ulteriormente".

In piena crisi anche gli ambulanti. "Siamo fermi da metà marzo e non riusciamo a vedere il ritorno alla normalità - ha affermato a l'Attacco Michele Gammino -. Noi stiamo all'aperto, abbiamo notato che non sono le nostre attività a far crescere i contagi. Stiamo iniziando a pensare anche a qualcosa di più eclatante, a riaprire nonostante i divieti perché onestamente non ci meritiamo di essere trattati come operatori di seconda classe. Mancano le parole per definire questa situazione, non è giusto quello che ci stanno facendo sia a livello centrale che regionale".

In piazza, accanto ai manifestanti, anche chi non è colpito dalle restrizioni. "Ho un'agenzia di servizi che è stata toccata minimamente dalle decisioni - ha sottolineato Giovanni a l'Attacco -, per solidarietà con i commercianti e ristoratori mi sono sentito in obbligo di partecipare a questa manifestazione nella speranza che qualcosa si muova. Come hanno detto tutti finora non esiste un'attività di serie A o di serie B, tutti sono essenziali perché ognuno di noi ha delle spese e delle tasse da sostenere, quindi dobbiamo restare aperti per poter sorreggere le esigenze delle nostre famiglie, altrimenti avremmo fatto altro. E' essenziale, quindi, tenere aperto e il mio appoggio va a tutti".

Pietro Capuano