Storia del ragazzo che giocava a fare il rapinatore: Olinto Bonalumi

Martedì 6 Aprile 2021
Se scrivesse la storia della sua vita, o la raccontasse a qualche avvocato o magistrato che poi la rielaborasse con un linguaggio più narrativo e meno legato alla retorica e allo stile forense, ne verrebbe fuori una sceneggiatura che le piattaforme si contenderebbero a colpi di rilancio. Perché Olinto Bonalumi, 61 anni, è sempre stato un protagonista sin dalle sue primissime apparizioni nel quartiere dove è nato e vissuto, tra via Bari e la chiesa dell'Immacolata.


Bello, stile impeccabile e curatissimo sin dall'adolescenza, padre imprenditore edile, la sgargiante Dino Ferrari del fratello maggiore parcheggiata sotto casa, il liceo scientifico vissuto nel corso B del Marconi con compagni di classe, tra gli altri, un futuro colonnello della DIA e un futuro condannato per il sequestro e il terribile omicidio di un quindicenne, Paolino Gaito. E sempre al Marconi, in tanti ricordano lo scherzo condiviso con l'amico più caro negli intervalli delle lezioni, l'irruzione in altre classi dopo aver sferrato un calcio alla porta, i volti coperti da passamontagna e il classico "fermi tutti, questa è una rapina" prima di spruzzare acqua dalla pistola giocattolo e correre via. Girava già in motorino quando i suoi coetanei avevano ancora le biciclette, Bonalumi, e nel periodo in cui nelle abitazioni delle famiglie borghesi potevi trovare le 'solite' gabbie con i canarini, lui preferiva la compagnia di un falco.

Finito il liceo, non ha proseguito con l'università come l'intelligenza e il tenore di vita potevano  tranquillamente permettere. Anche per questo, suscitò molto scalpore in una città dove più o meno tra coetanei o giù di lì ci si conosceva tutti, la sua primissima apparizione nelle cronache, per una rapina ad una gioielleria a Lecce nel 1982. Da allora, tra arresti e processi, assoluzioni e condanne, soggiorni nelle carceri di tutta Italia, sarebbe iniziata una escalation nel mondo del crimine tale da imporlo all'attenzione degli investigatori come una delle menti più raffinate del Paese.


Fece poi ancora più scalpore la lunga carcerazione di un anno, dal 20 ottobre del '92 alla fine del '93, insieme ad altre 5 persone (altri due foggiani in trasferta nella terra di ndrangheta), per il furto compiuto in un fine settimana del febbraio del '92 nel caveau della Banca Nazionale del Lavoro di Reggio Calabria: la refurtiva, dal valore stimato di non meno di 80 miliardi di lire (una cifra enorme anche adesso, figuriamoci allora), non venne mai recuperata, e lui - ritenuto la mente del colpo - alla fine fu assolto in tutti i gradi di giudizio. E l'anno in carcere  gli avrebbe aperto contatti importanti per gli anni a venire.


Impossibile poi raccontare in poche righe la sua storia giudiziaria. Per rimanere in tema, il 1 maggio 2009 una persona vestita da guardia giurata, ma con il volto coperto, riuscì ad entrare all'interno della sede dell'istituto di vigilanza foggiano Np Service, grazie ad un badge clonato, ed eludendo i sofisticati sistemi di antifurto esistenti portò  via diversi sacchi di denaro contenenti oltre 5 milioni di euro, denaro che doveva essere consegnato agli uffici postali del territorio per pagare le pensioni. Venne arrestato a novembre, si dichiarò innocente (ma la mafia foggiana gli chiese un mese dopo il colpo un 'pizzo' di 500 mila euro),  restò in carcere per oltre un anno, il 30 novembre 2010 ottenne i domiciliari, l'8 aprile 2011 fu rimesso in libertà, il 20 ottobre 2011 il giudice monocratico gli inflisse in primo grado 6 anni e 10 mesi, ma ovviamente partì il ricorso in appello.


Ancora, nel marzo del 2012 vennero svaligiate 160 delle 400 cassette di sicurezza (forzate con sostanze acide, altamente corrosive, ed i più avanzati strumenti di effrazione) presenti nel caveau della filiale del Banco di Napoli, in piazza Puglia (a pochi metri dalla sua prima abitazione): documenti sensibili, gioielli e denaro della Foggia bene per un valore stimato approssimativamente in 15 milioni di euro, custoditi nel cuore blindato della filiale svaligiata ancora in un fine settimana. All'alba del 10 marzo 2015 sedici gli arresti nell'Operazione Goldfinger condotta da squadra mobile e procura, e lui ritenuto il capo della banda, frutto della fusione di elementi della criminalità foggiana e di quella romana, e che secondo l'accusa in quello stesso 2012 aveva anche progettato un blitz nelle gioiellerie Follie d'Oro all'interno del centro commerciale Mongolfiera, sventato da un'operazione di polizia.


Tra le carte di quell'inchiesta, comparve anche l'intermediazione del parlamentare Lello Di Gioia con Bonalumi (rivelata da Repubblica) per la restituzione del contenuto di una delle cassette svuotate, richiesta da una vittima. E ancora, nel 2012 ad Ancona era scattato un nuovo arresto per Bonalumi, stavolta per un piano (sventato) da 200 milioni di euro nel caveau della locale Banca d'Italia. E sempre da Ancona (saltando numerosi altri passaggi), dalla procura generale presso la corte di appello è arrivato l'ordine di carcerazione per un cumulo pene di 13 anni e 4 mesi di reclusione. Ma da tre mesi di lui si sono perse le tracce. E altri colpi di scena non mancheranno, è fin troppo  scontato prevederlo.

Claudio Botta