GENTILISSIMA | Mettere in sicurezza gli italiani, bene il modello Fiumicino

Venerdì 2 Aprile 2021
Nonostante l'imbarazzante gestione del piano vaccinale da parte di molte regioni, questa volta a prescindere dal Nord, dal Centro e dal Sud, nel discorso al Senato dei giorni scorsi, poi replicato alla Camera dei Deputati, il Presidente del Consiglio ha trattato le regioni come un buon padre di famiglia si comporta nei confronti dei figli.Ha richiamato il ruolo, le competenze, i poteri e le responsabilità dello Stato rispetto alle regioni, come del resto ha autorevolmente sottolineato la Corte Costituzionale con la sentenza n. 37 del 12 marzo 2021. Con la quale ha ribadito che lo Stato ha "competenza legislativa esclusiva" nel campo della profilassi internazionale e, in connessione, su tutte le misure dirette a contrastare la pandemia in atto e a prevenirne l'espansione, compresi i piani nazionali di vaccinazione che, anche quando affidati per la rispettiva realizzazione alle responsabilità regionali, devono comunque attenersi e conformarsi ai criteri generali stabiliti dalla Stato a livello centrale.Con la fermezza, serenità e autorevolezza che tutti gli riconoscono, anche a livello internazionale, Mario Draghi ha dunque sottolineato con forza le prerogative dello Stato.Ma, al tempo stesso, ha evitato a tutti i costi che la sottolineatura degli errori (a volte anche orrori) commessi da alcune regioni si trasformasse in uno scontro, evocando piuttosto l'esigenza che si alzasse il livello della collaborazione e solidarietà istituzionale e, in uno, si sollevasse da parte di tutti l'asticella del rispetto delle regole, così come indicate dal Ministero della Salute e dal Governo.Tutto questo, se non decisivo, ha tuttavia contribuito molto alla determinazione del "cambio di passo" positivo che stiamo registrando in queste ore nella campagna di vaccinazione.Sia sul piano delle quantità di vaccino che si presume saranno disponibili nelle prossime settimane che della qualità del nuovo piano vaccinale nazionale.Con il quale, alla buonora, oltre allo stop inferto alle improprie procedure precedenti per la individuazione delle categorie, anche professionali, da vaccinare, si è disposto: sia l'aumento giornaliero, graduale ma progressivo, della disponibilità delle dosi di vaccino da somministrare, sia la qualità, la quantità e i tempi di apertura dei centri vaccinali, sia le modalità di intervento suppletivo dello Stato nelle realtà territoriali in maggiore difficoltà.E sia, soprattutto, la scelta del criterio delle classi di età, dai più anziani ai più giovani, dando priorità assoluta alle categorie più fragili, vale a dire i più anziani, i disabili e le persone affette da particolari patologie.Sono loro le categorie sociali maggiormente a rischio di aggravamento in caso di contagio. Ed anche loro quelle più candidate di altre a finire in terapia intensiva o sub intensiva. Con il rischio, concreto, di intasarne la disponibilità.In una intervista a Repubblica di qualche giorno fa il Direttore dell'unità di malattie infettive del Sant'Orsola di Bologna riferiva di un suo collega chirurgo che, in una riunione di servizio, chiedeva a lui e ai responsabili di altri reparti presenti: ho un solo posto di terapia intensiva e due tumori parimenti urgenti da operare, che faccio? La più tragica delle domande, alla quale né il medico Elena Gentile, né nessun altro, vorrebbe mai trovarsi nella necessità di rispondere.Ecco perché, pur doverosamente registrando i segnali di miglioramento, occorre essere cauti, e continuare a tenere alta la guardia. E accelerare, accelerare, accelerare. E vaccinare, vaccinare, vaccinare.L'apertura in notturna, fino alla mezzanotte, sette giorni su sette, del centro vaccinale di Fiumicino, per esempio. Una esperienza simile, da Assessore Regionale alla Sanità, l'ha sperimentata in Puglia chi scrive nel 2014, per prendere "di petto" il tema delle liste d'attesa.I centri diagnostici degli Ospedali rimasero aperti al pubblico e disponibili fino a mezzanotte, sette giorni su sette. Funzionò benissimo. Con soddisfazione dell'utenza, e con risultati notevoli sul piano dell'efficienza, efficacia e quantità delle prestazioni. E, in connessione, con ricaduta positiva su una consistente riduzione delle liste d'attesa.Fiumicino è replicabile nel resto del Paese? Noi riteniamo di sì, se si coinvolge nella solidarietà collettiva l'intero Paese, e si riesce a utilizzare tutte le risorse umane, e le strutture logistiche utili, trasformandole in hub vaccinali: i cinema, i teatri, i palazzetti dello sport, le Chiese. In Sicilia lo stanno già facendo, e alcune Chiese si stanno trasformando in centri vaccinali. Sarebbe un bellissimo segnale se l'esperienza si allargasse al resto del Paese.Questo occorrerà fare nelle prossime settimane per mettere in relativa sicurezza sanitaria il nostro popolo. Basterà? Certamente no!Perché l'emergenza pandemica non solo ha provocato le tragedie umane ed economiche che conosciamo, ma ha fatto emergere in superficie limiti e contraddizioni di un "sistema sanitario Italia", e non solo, che ha mostrato alcune virtù che altri ci invidiano, ma anche tante ruggini da rimuovere al più presto.Traguardare al meglio il presente, dunque. Ma anche, in uno, programmare fin d'ora il futuro. Qualche esempio, solo per capirci, e con riserva di ulteriore approfondimento.Le residue pulsioni autonomiste, da relegare definitivamente nella soffitta delle cose passate.La riforma del titolo V della Costituzione del 2001, da "contro riformare" in toto.I criteri di riparto fra le regioni del fondo sanitario nazionale, da ripensare e ridefinire, introducendo gli "indici di deprivazione" per mettere in equilibrio gli standard di assistenza fra il nord e il sud del Paese.Il Decreto Ministeriale n. 70 del 2015, con il quale - con superficialità - si è modellata la rete ospedaliera non tenendo in considerazione le realtà territoriali più fragili, come le aree interne e meno facilmente raggiungibili. Da rivedere, emendare, riformare.La nuova edilizia ospedaliera, da riprogrammare con la previsione di spazi da destinare sia alle emergenze epidemiologiche, sia alle conseguenze - finora solo parzialmente conosciute ma scientificamente prevedibili - del "long covid", cioè del quadro clinico legato alle complicazioni future di un contagio che, nelle sue molteplici varianti, rischia di non risparmiare alcuna fascia di età.La medicina territoriale. Da riprogrammare sulla prevenzione, sulla presa in carico dei cronici, degli anziani non autosufficienti, e con la previsione della istituzionalizzazione delle USCA, cui assegnare il compito della cura domiciliare. Con i medici, compresi i pediatri di libera scelta, da inserire, nella qualità di professionisti alle dipendenze del Sistema Sanitario Nazionale. E, inoltre, da mettere in sinergia e spazi comuni con altri medici e personale sanitario di supporto (case della salute). In modo da offrire, alternandosi, un servizio più completo e continuativo ai pazienti. E, anche con il supporto della strumentazione di base, contribuire a limitare il ricorso, a volte improprio, al pronto soccorso degli ospedali.La formazione specialistica dei medici, da riprogrammare profondamente. Sia nella costruzione della scala di priorità delle discipline da prevedere e finanziare, sia nelle forme e nelle modalità di accesso.La gestione dei presidi e delle strutture sanitarie di proprietà pubblica. Occorrerà escludere qualsivoglia ipotesi di gestione privata. Come rischia di accadere per il 5° e 6° piano, e le relative destinazioni d'uso, del Dipartimento di Emergenza Urgenza degli Ospedali Riuniti di Foggia, in esito all'adozione della delibera adottata nei giorni scorsi a firma del Commissario Straordinario. Atto non soggetto a controllo ed esecutivo ai sensi di legge. Ce ne occuperemo approfonditamente. Nel frattempo ci piacerebbe sapere cosa ne pensano il Presidente Emiliano e l'Assessore alla Sanità Lopalco.
Elena Gentile