Tommasi, il neo-sindaco di Verona non dimentica Zeman: “La sua filosofia è il mio Vangelo”

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Alle quattro del pomeriggio, quando lo spoglio delle schede era ancora in alto mare ma confermava il risultato esaltante degli exit poll, Damiano Tommasi sganciava il tweet della consapevolezza: “La storia siamo noi!”.

La citazione degregoriana è dedicata al ritorno in serie A, vent’anni dopo, della Scaligera Basket, oggi Tezenis. E vent’anni dopo - ecco il senso del tweet - con Tommasi il centrosinistra si è ripreso Verona. Nel ‘02 ad espugnare la città roccaforte dei conservatori e dei cattolici fu Paolo Zanotto. Adesso scocca l’“ora Damiano”, che è stato lo slogan mantra della campagna elettorale con cui l’ex centrocampista di Hellas e Roma - outsider della partita politicamente più osservata d’Italia -, ha imposto la sua “forza tranquilla” diventando l’uomo da battere al ballottaggio. E dopo il trionfo Tommasi si è lasciato andare ad una riflessione che inevitabilmente lo riporta indietro nel tempo, ai suoi trascorsi calcistici.

Come volevasi dimostrare: “C'è una bellezza che dobbiamo ritirare fuori - ha detto l’ex mediano di H. Verona, Roma e della nazionale -, mi sono sempre piaciute le sfide difficili, io ho vinto un campionato con la Roma, che ne ha vinti solo tre in cent'anni, e ho sempre pensato che nella vita bisogna essere zemianiani: attaccare, rimanendo se stessi”. Che il neo-sindaco della città scaligera si ricordi del suo Maestro è il segnale inequivocabile della traccia che il boemo ha lasciato in lui sul piano sportivo. Ma, a questo punto, soprattutto umano.

Damiano Tommasi è diventato un calciatore al Verona in Serie B, a Roma campione d'Italia. L'operazione al ginocchio del 28 luglio ‘04 ha segnato un prima e un dopo fatto di pazienza e nuove sfide. Tommasi è stato un pioniere in Cina, è diventato un giocatore di Seconda Categoria e ha assaporato l'Europa a San Marino. Ma è stato anche presidente dell'Aic. “Io sono il terzo di cinque figli, e ho avuto la fortuna di avere due fratelli maggiori come compagni di giochi. Già all'epoca non mi sentivo mai all'altezza, ma ero sufficientemente motivato da dire che volevo farlo anche io. Questa è stata una costante del mio carattere. Sono nato in mezzo alla montagna veronese: ti insegna a rimanere coi piedi per terra e a non fare voli pindarici. Sono vissuto a casa coi miei genitori fino al giorno in cui mi sono sposato: tanti calciatori non hanno questa fortuna, devono spostarsi molto giovani dalla loro regione e devono lasciare amici e parenti”.

“Poi il Verona era la squadra per cui tifavo e per cui tifo ancora: sono cresciuto col Verona di Bagnoli che ha vinto il campionato, per me era un grosso stimolo e un grande onore far parte di quella società. È stato fondamentale partire dalla Serie B: un campionato meno esigente della A mi ha permesso di avere continuità e di avere la fiducia della società. Giocare con costanza mi ha fatto andare avanti fino alla convocazione in Nazionale. Finché poi è arrivato Zeman... Mi rendo conto di non essere obiettivo quando parlo del mister: con lui mi sono misurato per davvero con la Serie A.

“Al primo anno arrivavo dalle Olimpiadi e dalla Serie B col Verona e avevo delle scusanti. La stagione successiva da un lato dovevo dimostrare il mio valore, dall'altro dovevo capire se ero in grado di sostenere la Serie A. Disputarla con la Roma poi ha un valore particolare. Aver avuto Zeman in quel periodo è stato decisivo: mi ha supportato, mi ha fatto giocare sempre, non ha mai messo in discussione il mio rendimento”.

“Tra me e Zeman c’è un'affinità elettiva che va oltre il giudizio che io possa dare di lui come allenatore. Zeman è una di quelle persone che ti lasciano un’impronta. Probabilmente è l'allenatore che ho assorbito di più e che mi ha spinto ad affrontare la mia carriera con un certo approccio. Consapevole dei miei limiti ma consapevole che se uno dà il 100% raccoglierà i frutti”.

Parole sempre attuali che vanno dritte al cuore. Di tutti, meno che uno.