Zeman ieri, oggi e domani

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Il 6 dicembre del ’90 Valerio Piccioni, inviato de La Gazzetta dello Sport, viene a scoprire il fenomeno-Foggia,

che in B semina avversari come birilli. Arriva in città alla ricerca dei segreti della squadra di Zdenek Zeman che stava per inaugurare una delle pagine più incredibili degli ultimi 30 anni del calcio italiano. Dopo una due giorni di full-immersion, Piccioni rientra a Roma, se ne va quasi stordito dall’atmosfera che ha respirato in quelle 48 ore.

Con largo anticipo fiuta che da queste parti si sta creando un’alchimia magica che è destinata a lasciare il segno. L’8 dicembre ecco il suo reportage da Foggia, “Benvenuti a Zemanlandia” titola la Gazzetta a nove colonne, e da quel giorno non sarà più la stessa cosa. Perché quell’etichetta resterà per sempre scolpita come un marchio di fabbrica inconfondibile di un’epoca che è stata unica nel suo genere.

Quanto è attuale ancora il calcio di Zeman?
Tanto, di più. Praticamente non è mai tramontato, anche se a 75 anni diventa difficile immaginare che in giro ci sia ancora un allenatore disposto ad insegnare calcio. Ai giovani ed ai meno giovani. Già, perché da uno come lui hanno da imparare tutti.

Sorpreso di ritrovarlo sulla panchina del Foggia sempre con la voglia di vincere, di attaccare, di fare un gol in più dell’avversario?
Fino ad un certo punto, perché il boemo sprizza sempre vitalità da tutti i pori. Foggia era e rimane il suo habitat naturale, è la piazza che lo ha forgiato e lo ha lanciato in orbita. E’ il primo amore che non si scorda mai, e dunque per questa città avrà in eterno un debito di riconoscenza. Se non sbaglio l’estate scorsa disse che tornava per una mission. Ridare attraverso il calcio a questa terra un pizzico di credibilità in più, visto che spesso sale agli onori della cronaca nera. Mi sembra che ci stia riuscendo.

Quanto Zeman deve essere grato al Foggia e viceversa?
Io credo che lo debbano essere vicendevolmente. Zeman è stato il tecnico che si è ritrovato a Foggia al posto giusto nel momento giusto, quando cioè si erano create tutte le condizioni ideali perché il calcio decollasse sul palcoscenico nazionale, ma è chiaro che dietro le quinte erano state create le premesse per mettere a punto un progetto vincente. Ma anche la città deve essere riconoscente al tecnico di Praga, che con le sue idee e la sua filosofia ha permesso di far veicolare il nome di Foggia anche oltre i confini nazionali.

Zeman è stato il più innovatore degli allenatori negli anni ’90?
Ritengo di sì, perché oggettivamente in quegli anni seppe dare impulso ad un modo nuovo di fare calcio. Il suo era un laboratorio in continua evoluzione, dove nulla era lasciato al caso. Si trattò di un successo possibile grazie anche al certosino lavoro di equipe. Il suo staff, infatti, è fondamentale nel percorso di crescita di un gruppo di lavoro. Decisivo per creare un’alchimia vincente.

Perché con le grandi ha fallito? Nella capitale, sponda biancoceleste e giallorossa, zero tituli…
Probabilmente perché nei grandi club non ci sono presidenti e dirigenti che hanno la pazienza di saper attendere. Gli investimenti sono stratosferici, il risultato diventa preponderante.

Eppure, ciononostante, ha saputo mettere d’accordo i tifosi della Roma come quelli della Lazio
Vero, grazie all’iridescenza del suo gioco. Zeman nella capitale ha fissa dimora, ha casa a Fleming in una delle zone residenziali più belle della città, quando la gente lo incrocia per strada lo saluta sempre con affetto. Che sia di fede laziale o romanista non importa. Perché lui all’Olimpico con le sue squadre spesso ha illuminato la scena.

E’ possibile un’altra Zemanlandia?
Con il boemo ancora in panchina la vedo dura… Ma mai dire mai, però. Zemanlandia però è una e sola, ha segnato il periodo aureo del calcio foggiano degli anni ’90. Resta unica perché inserita in un determinato contesto storico e sociale.

Ti considereresti un presidente illuminato oggi nel prendere Zeman in panchina?
Sicuramente sì, se devo impiantare un progetto che è proiettato nel futuro e che non punta a vincere nell’immediato. In una realtà di provincia resta sempre il top. Viceversa avrei qualche inevitabile remora se lo dovessi portare in una big. Perché lì entrano in gioco altre componenti, devi essere anche abile psicologo. Allenare la mente oltre che le gambe. Lui sotto questo punto di vista è stato sempre fin troppo integralista. Ecco, forse per una grande penserei a qualche altro nome…

Nuovi Zeman in giro ce ne sono?
Non tanti, ma qualcosa di interessante si muove. Dico Roberto De Zerbi che proprio da Foggia ha mosso i primi passi di allenatore. Mi sembra che possa essere un nome spendibile in prospettiva, ha un’idea propositiva di calcio in continua evoluzione. Non mi dispiace nemmeno Italiano, che se non sbaglio è un tecnico al quale guarda con simpatia anche lo stesso Zeman.

Sbaglia chi considera Zeman demodè?
Certo che sbaglia, magari si può contestare il fatto che non sia più giovanissimo, ma la sua esperienza era e rimane una bella parentesi del calcio italiano.