Presunto voto di scambio alle regionali 2020, fine delle indagini. Che fine fa Maffei dopo il grande exploit

Foggia
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Si era persa qualunque notizia dallo scorso anno rispetto all’indagine sul presunto voto di scambio a Foggia in occasione delle elezioni regionali del 2020. Una gravissima ipotesi di reato, con indagine scattata dopo la segnalazione di alcuni cittadini alla consigliera regionale Rosa Barone e la denuncia dell’attuale assessora regionale al welfare in Procura.

Quando Palazzo di città ad agosto 2021 fu commissariato per infiltrazioni mafiose ci si ricordò di questa indagine (peraltro citata nella relazione sullo scioglimento) e ci si chiese a che punto fosse il lavoro degli inquirenti visto che non se ne aveva più alcuna traccia da tempo.

Lo sconcerto fu grande anche quando, tra gli ex amministratori comunali per cui fu chiesta l’incandidabilità non si lesse il nome di Danilo Maffei, che aveva avuto un impressionante e inatteso exploit alle regionali e che si sapeva essere la persona coinvolta nelle indagini sul presunto voto di scambio. Il figlio di Ludovico Maffei (patron di varie cooperative sociali, da Il Gabbiano verde ad Astra, più volte legate al Comune di Foggia per lo svolgimento di attività assistenziali nell’ambito delle politiche sociali), era stato la vera sorpresa del voto a Foggia: a 31 anni, dopo essere entrato a Palazzo di Città un anno prima con 913 preferenze, alle regionali fu nel capoluogo daunio è stato il più votato con 4.246 voti. Un dato da far impallidire i veterani della politica. La contesa interna alla fittiana lista del pumo, La Puglia domani, fu catalizzata dai big delle più dispendiose campagne elettorali, Paolo Dell’Erba e Annamaria Fallucchi. Lavorando in silenzio, lontano dai riflettori, Maffei arrivò terzo nella civica in Capitanata, con oltre 5.200 voti.

Adesso, finalmente, si è appreso casualmente che le indagini sul voto di scambio a Foggia “sono state chiuse, si è in attesa delle determinazioni del pubblico ministero”.

Lo ha detto venerdì scorso il penalista Giulio Treggiari, uno dei difensori nel procedimento, durante l’incontro dibattito ‘Gli spazi giudiziari. La prevenzione ed il controllo dei fenomeni di infiltrazione mafiosa’. Treggiari sedeva tra i relatori, accanto all’ex consigliere comunale e candidato sindaco M5S Giovanni Quarato, presidente dell’Associazione Capitanata 2050 che ha promosso l’evento insieme all’Associazione Legali di Capitanata. Presente, oltre al presidente della Camera Penale di Capitanata Treggiari, anche il procuratore capo Ludovico Vaccaro.

E’ stato il segretario provinciale di Sinistra Italiana Capitanata Mario Nobile, anche lui avvocato, a chiedere a Vaccaro quale fosse la situazione in relazione al voto di scambio e al voto di scambio politico mafioso. “Le indagini sono state chiuse, si è in attesa delle determinazioni del pubblico ministero, se archiviare o rinviare a giudizio. Lo posso dire io perché sono uno dei difensori di quel processo e quindi lo posso rivelare. Il procuratore non avrebbe potuto dirlo”, ha detto Treggiari. Vaccaro si è limitato a precisare che il “reato di scambio politico mafioso non è di competenza della Procura” ma della DDA di Bari e a confermare che ci sono state delle indagini sul voto di scambio. 

Alcuni ex colleghi di maggioranza sostengono oggi che Danilo Maffei starebbe collaborando con gli inquirenti ai fini di un patteggiamento della pena, affermando di averlo saputo dal padre Ludovico Maffei.

Contattato da l’Attacco l’avvocato Giulio Treggiari si è limitato a poche parole: “Non posso dire chi sia il legale di Danilo Maffei. Ma escludo che sia vera l’indiscrezione sulla collaborazione con gli inquirenti”.

Ecco cosa si legge nella relazione sul condizionamento mafioso negli organi di governo.

 Durante le elezioni regionale, in un seggio elettorale, “il segretario del seggio chiedeva l’intervento del personale delle forze di polizia in servizio di vigilanza presso il plesso scolastico, segnalando di aver udito, proveniente da una cabina elettorale, dove un elettore stava votando, il rumore di uno scatto fotografico. I successivi accertamenti hanno permesso di verificare al personale intervenuto che l’elettore aveva ritratto con il telefono cellulare la propria scheda, con l’espressione di voto e che la fotografia era stata inviata al proprio figlio tramite Whatsapp”, afferma la relazione.

“Quest’ultimo il giorno successivo ha rilasciato spontanee dichiarazioni, facendo presente che il giorno prima egli aveva inviato tramite telefono al proprio genitore la fotografia della scheda elettorale da lui votata come sopra, chiedendogli di esprimere analogo voto e di inviargli la relativa fotografia. Ciò in quanto, essendo disoccupato ed in precarie condizioni

economiche, aveva deciso di aderire alla richiesta rivoltagli da una persona incontrata casualmente e di cui non ha saputo fornire l’identità, che gli aveva chiesto di votare per il candidato e di estendere la richiesta anche ad altre persone, promettendogli un posto di lavoro se avesse fornito la prova del voto espresso. Su tale episodio è stata data comunicazione di notizia di reato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia”.

“Mirate attività d'indagine hanno permesso di individuare altre persone che avevano ritratto con il cellulare la propria scheda elettorale votata a favore del candidato Maffei, come prova da fornire ad una persona che aveva promesso loro, in cambio, il pagamento della somma di 40 euro per ogni voto. Le indagini hanno consentito, altresì, di acclarare come un esercizio pubblico di Foggia abbia costituito, soprattutto per la tornata elettorale delle regionali del 2020 un vero centro di riferimento per la compravendita del voto elettorale, tant'è che proprio omissis spontaneamente dichiara come lui stesso e la di lui fidanzata in tale luogo concordano il mercimonio con omissis, poi definitosi positivamente con il pagamento delle previste 40 euro, percepite pro capite. Sulla scorta degli elementi raccolti si presume che sia stato messo in campo un sistema illecito davvero organizzato con meticolosità che si potuto pregiare di un passaparola vincente e capillare che ha coinvolto un numero importante di personaggi, ovviamente garantito da un rilevante investimento economico da parte di qualcuno e/o di coloro che avevano interesse alla vittoria elettorale di un determinato candidato”.

Il prefetto non manca di rimarcare nella relazione come la stampa locale avesse evidenziato l’exploit elettorale di Maffei sia alle comunali del 2019 che alle regionali dello scorso anno.

“La ricostruzione effettuata dalla commissione”, conclude Esposito chiudendo il capitolo dedicato a Maffei, “evoca logiche latamente ricattatorie connesse all'esercizio del fondamentale diritto di elettorato attivo, piegato agli interessi di un pubblico amministratore che, invece, dovrebbe garantire la tutela dei diritti costituzionalmente garantiti”.