“Azione era nata per pescare il meglio da società civile. Ora imbarca politici e campioni di consensi”

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Il patto stretto tra Enrico Letta e Carlo Calenda sulla suddivisione dei collegi attribuisce il 70% al Pd e il 30% ad Azione. Tra loro bisognerà, però, inserire anche i collegi per Impegno civico di Di Maio, la sinistra e i Verdi di Fratoianni e Bonelli (nel caso venga ripristinato l’accordo con questi ultimi due). In Puglia ai calendiani dovrebbero spettare 4-5 collegi (con un risultato di grande visibilità quanto meno) ed è lampante la “campagna acquisti” del partito, guidato in Capitanata dal deputato tarantino Nunzio Angiola e dal segretario provinciale Michele Triventi. Tutto bene, dunque? Non mancano i calendiani delusi.

Giampiero Falasca, che era il responsabile nazionale del partito per il diritto del lavoro, si è dimesso: “Ho deciso di lasciare Azione perché non condivido la scelta di allearsi con persone e partiti che hanno fatto del populismo la propria bandiera, pur capendone le ragioni. Resta una comunità di belle persone guidata da una persona competente e appassionata”.

Mentre a Manfredonia è profondamente critico l’ex candidato sindaco di Azione, il consulente finanziario Tommaso Rinaldi, per il quale Calenda è passato “dal riformismo pragmatico al pragmatismo delle poltrone”. “Quella rappresentata da Carlo Calenda è l’ennesima occasione persa per rimodulare e ampliare l’offerta politica italiana, come già accadde a Segni, Di Pietro e Renzi”, ha affermato il sipontino.

“Dovrei essere contento di questo accordo, dato che le mie idee politiche sono più vicine a quelle progressiste che non a quelle conservatrici, ma non lo sono affatto. Non lo sono perché questo, finalmente, era il momento per cominciare a far crescere una nuova classe politica e dirigente fatta di persone competenti e capaci, dove il merito e la professionalità prendessero il sopravvento sugli yes-men e galoppini di partito; e non c’era da aver paura di Meloni al governo, perché tanto durerà quanto un commissario prefettizio, non avendo né idee (tranne le tre o quattro stantie riproposte ad ogni tornata elettorale) né, soprattutto, la leadership necessaria per tenere a bada gli altri due compari. Quella della creazione di un terzo polo è un’occasione storica persa per vari aspetti, a partire dai primi due che riguardano solo ed esclusivamente numeri elettorali. Forza Italia è un partito sull’orlo del collasso e moltissimi dei loro elettori non avrebbero visto di cattivo occhio questa opportunità. Quattro anni e mezzo fa, oltre un terzo degli italiani votarono per il M5S non per convinzione ma perché stanchi e stufi di un certo modo di fare politica; oggi, almeno il 75% di quei voti è di nuovo in gioco, vista la conclamata ignoranza mista ad incapacità dimostrata sul campo dai vincitori di uno straordinario “win for life” non più replicabile. Questa marea di voti, ora, è in cerca di qualcuno che rappresenti un orizzonte diverso dalla solita solfa proposta in questi anni, ma temo che andranno a finire in astensionismo per mancanza di… offerta. Ecco, sarebbero bastate queste due misere considerazioni per far sì che Calenda provasse a costruire il terzo polo attraverso il quale raggiungere quantomeno un 10% (senza neppure troppe difficoltà) far crescere una nuova classe dirigente e, stando all’opposizione, riscuotere il facilissimo premio alle successive elezioni, presentandosi con una squadra degna di combattere le grandi battaglie che l’Italia sogna di vincere da decenni. Ciò avrebbe costretto anche il Pd a ristrutturarsi ed a puntare su nuove energie e nuovi volti, più appetibili e risolutivi rispetto ai bradipi. Certo, dalle mie poche nozioni di PNL, quelle dita tamburellate nervosamente sul tavolo erano un chiaro segnale che, probabilmente, Calenda quell’accordo lo ha subito e non accettato del tutto serenamente; resta il dato di fatto che, nel momento in cui doveva tirare fuori il massimo coraggio possibile, si è accontentato, con quel 70/30, di portare a casa una ventina di parlamentari che fanno direttamente capo a lui.  Non più Don Chisciotte, quindi, ma un più normalizzato Sancho Panza; e, a dirla tutta, di un novello Sancho Panza non so proprio cosa farmene”.

A l’Attacco Rinaldi spiega la propria amarezza. “Sono abbastanza fuori dalle questioni relative al partito. Questa mancanza di coraggio di Calenda rispetto alla formazione del terzo polo, per me rappresenta probabilmente il colpo di grazia, mi convince ancor più della decisione di non far più parte di questo partito. Non ho più seguito attivamente Azione negli ultimi mesi, di recente mi è stato chiesto di recente di rientrare ma ho risposto di non nutrire ormai grandi aspettative verso questo partito. Adesso l'accordo stretto tra Calenda e Letta mi dice che ho fatto bene ad allontanarmene. Se mi devo impegnare ora lo vado a fare direttamente col Pd piuttosto che con la sua sottomarca”.

Rispetto alla campagna acquisti che il partito sta mettendo in atto in provincia di Foggia, Rinaldi è netto: “E’ è un guaio serio: siamo nati come partito per tirar fuori dalla società civile le eccellenze e le professionalità più brillanti, adesso invece ci buttiamo sui campioni di consensi, sui politici navigati, sui rimasugli dell’UdC, su un ragionamento di mera quantità e non di qualità. Che senso ha restare? Come si cresce in un partito che è diventato questo, tradendo gli ideali con cui era nato? Il tradimento è totale. E’ complicato farne parte, per come la vedo io. Se si fosse andati nella direzione del terzo polo sarebbe stato molto più facile essere attrattivi, sia per i delusi del centrodestra - in primis di Forza Italia - che per gli scontenti del centrosinistra e anche per quanti in passato hanno votato per il M5S”.

La stessa frase detta su queste colonne dal renziano Ragni sulla convenienza di correre da soli. “Ma pure Renzi ha i suoi problemi”, commenta Tommaso Rinaldi. “Se candida nomi come la ex 5S Francesca Troiano, gli elettori di Italia Viva si ritroveranno una persona che in tutti questi anni ha militato in un partito che è al loro opposto. Tornando ad Azione è comprensibile che Calenda voglia mettersi al riparo ma significa accontentarsi e limitarsi a un presentismo assurdo. E poi questa fobia per la destra non ha senso, è un favore che si fa all'avversario. Io sono convinto che la prossima sarà una legislatura di passaggio e che nessuno avrà i numeri per governare visto che la legge elettorale è rimasta inalterata”. Che ne è delle fratture in Azione? I dissidenti rispetto ad Angiola-Triventi si annidano a Manfredonia, Cerignola e San Severo. Ci sono i margini per il rientro dei manfredoniani fuoriusciti dopo le comunali di novembre 2021? “Finché resteranno gli attuali vertici provinciali è molto difficile che i suoi fuoriusciti tornino, visto che era quello il motivo per cui avevano lasciato. Anzi, è impossibile”.