Duecento cittadini rispondono alla mobilitazione di don Antonio e Libera. Politica e istituzioni assenti

La Nera
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E’ stato don Antonio Carbone, a poche ore dall’omicidio del 37enne Alessandro Scopece, a convocare una veglia di riflessione per invitare con forza la cittadinanza a pronunciare una ferma condanna alla cultura della morte in un quartiere funestato da una lunga scia di sangue che sembra inarrestabile. Il Presidio di Libera ha fatto fronte comune con il Direttore dell’Opera Salesiana dando il suo contributo di presenza e denuncia al sit -in che ha radunato circa 200 persone sulla piazza che dista solo poche decine di metri dal luogo dell’agguato mortale.

Era ragionevole pensare (e sperare) che la chiamata alla mobilitazione aggregasse in piazza anche la politica e le istituzioni, ma così non è stato. A chinare il capo al risuonare della “campana della morte” c’era solo una sparuta rappresentanza di esponenti di partiti e amministratori. L’assessora regionale Rosa Barone e l’eurodeputato Mario Furore del M5S, il segretario provinciale di Sinistra Italiana Mario Nobile, il segretario cittadino del Pd Davide Emanuele, Raffaele Cariglia e Pasquale Cataneo del Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale.

L’anima bella e sempre impegnata dei Fratelli della Stazione, Emiliano Moccia, a portare la silenziosa testimonianza di un’altra parte della città degli ultimi. Tra i presenti radunati davanti al sagrato del Sacro Cuore anche Daniela Marcone, esponente del direttivo nazionale di Libera, e la sorella della vittima.

Assenza vistosa e ingiustificata quella dei componenti della Commissione straordinaria insediata a Palazzo di Città, un preoccupante quanto evidente segnale di scollamento e disarticolazione con cittadini, società civile, forze dell’ordine costretti a combattere quotidianamente una vera e propria guerra.

Una distanza che pesa e inquieta e che rafforza i timori del Parroco del Candelaro circa una crescente rassegnazione e “normalizzazione” rispetto a forme di reazione e condanna del fenomeno criminale nella città della Quarta Mafia che nonostante l’impegno di magistratura e dispiego di reparti investigativi continua a sfidare la forza dello Stato e alza sempre di più il tiro. La periferia torna a macchiarsi di sangue, quello di Scopece è soltanto l’ultimo omicidio di una lunga serie che segna la parte più fragile della città. Fatto ancor più grave che il delitto sia avvenuto nel bel mezzo di un pomeriggio animato dal programma estivo dell’Oratorio di Don Bosco, proprio di fronte all’autolavaggio dove la vittima è stata freddata, tra il passaggio dei cittadini e sotto gli sguardi dei tanti bambini e ragazzi impegnati nelle attività dei giochi.

Il Parroco ripercorre gli ultimi 7 mesi di fuoco: il 28 dicembre l’omicidio di Pietro Russo, 32 anni, sull’uscio di casa. Il 2 Marzo, Mario 15 anni e Antonello Francavilla, 44 anni, feriti in una sparatoria a Nettuno. Il 25 marzo l’uccisione di Roberto Russo, 52 anni, raggiunto ed ammazzato mentre era in macchina. A maggio è stata la volta di Alessandro Scrocco, 32 anni, vittima di un agguato mentre parcheggiava l’auto per fare rientro in carcere. L’11 luglio a cadere sotto i colpi dell’assassino che non ha ancora un nome il titolare dell’autolavaggio di Via Lucera.

“E’ successo ieri sera qualcosa di molto grave, di orrendo, un omicidio! - ha tuonato don Antonio -. Dopo tre ore in zona tutto sembrava riprendere come se nulla fosse accaduto, si chiacchierava e urlava in villetta, sul posto nessuna presenza di forze dell’ordine. A quel punto ci siamo detti che un omicidio non può essere un episodio di routine in un quartiere, che la rassegnazione non può averla vinta. Voi giovani che in queste sere giocate con semplicità in oratorio fino a tarda sera con L’Estate Giovani non potete sentirvi fuori posto. Tutta la parte sana di questo territorio non può assolutamente desiderare di togliere il disturbo andando via da questa Città appena lo potrà! Chi è fuori posto è la criminalità, la cultura mafiosa che tenta di radicarsi, l’omertà, gli spacciatori, i bulli, chi impugna una pistola”.

Troppo soli sono lasciati ancora don Antonio e gli operatori e parrocchiani della sua comunità che tentano di costruire con interventi, attività, spazi e programmi del progetto Rigenerazioni un argine educativo contro la cultura della morte. Da qui l’appello ad un presidio più incisivo del territorio con uomini e mezzi per garantire una presenza più visibile e costante sulle strade.

“Le mafie ci tolgono libertà e dignità ci impediscono di vivere liberamente i nostri quartieri - ha aggiunto Federica Bianchi -. La prima risposta è lo stare insieme nella relazione, non dobbiamo mai stancarci della partecipazione. E poi ovviamente richiamare ciascuno alle proprie responsabilità, ognuno per la propria parte. La politica deve dare delle risposte, deve investire in questa terra, fare antimafia significa dare lavoro, l’antimafia passa attraverso degli investimenti seri per liberare questa terra. Così come magistratura e forze dell’ordine tanto stanno facendo e tanto siamo certi continueranno a fare. Ma queste opere isolate non portano a niente, ci deve essere unione”.