La saldatura tra il clan di Manfredonia e il gruppo viestano di Raduano dietro due omicidi e un agguato

La Nera
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La saldatura tra il clan Romito-Ricucci-Lombardi-La Torre di Manfredonia e il gruppo viestano guidato da Marco Raduano, con quest’ultimo articolazione di fatto del primo nella città del Pizzomunno, emerge chiaramente dalle ultime risultanze investigative e dal racconto dei nuovi pentiti.

Mesi fa il mattinatese Antonio Quitadamo, alias Baffino senior, tra i capisaldi della costola del clan Romito a Mattinata, nel proprio interrogatorio dopo il pentimento aveva rivelato che il montanaro Giuseppe Silvestri fu ucciso per vendetta dopo l’omicidio del cognato del boss viestano Raduano, come pure che i viestani avevano chiesto aiuto al clan del Golfo e si accordarono per pagare 10mila euro al mese. Fatti che gli inquirenti stanno ricostruendo anche grazie agli altri pentiti della quarta mafia che negli ultimi mesi hanno deciso di collaborare, dal fratello Andrea Quitadamo al viestano Danilo Della Malva.

Il quadro cui la Distrettuale Antimafia è pervenuta è contenuto nell’avviso di conclusione delle indagini per Omnia Nostra, l’operazione antimafia coordinata dalla DDA di Bari ed eseguita dai carabinieri del Ros sul Gargano, che nel dicembre scorso portò ad oltre 30 arresti.

Nell’atto firmato dai due pm con delega sul territorio garganico, Ettore Cardinali e Luciana Silvestris, si notifica la conclusione delle indagini a carico di 44 soggetti (e altri 6 sotto omissis) accusati a vario titolo di una lunghissima serie di reati (oltre 50 le imputazioni contestate): dalle estorsioni al traffico di droga, dalla rapina alla ricettazione, dal favoreggiamento all’associazione mafiosa.

Dei 44 indagati cinque sono diventati collaboratori di giustizia mentre altri sono stati, nel frattempo, assassinati. Tra questi, il boss Mario Luciano Romito (ucciso nella strage del 9 agosto 2017), il mattinatese Francesco Pio Gentile e il montanaro Pasquale Ricucci (uccisi nel 2019). Tra gli indagati in Omnia Nostra anche Adriano Carbone, consigliere comunale di maggioranza a Manfredonia.

Uno degli aspetti più interessanti del documento di 38 pagine è per l’appunto il convincimento degli investigatori che dietro alcuni omicidi di mafia ci sia l’alleanza stretta tra Vieste e Gargano sud.

Tre i fatti di cronaca che testimonierebbero il patto di sangue: l’assassinio di Silvestri a Monte Sant’Angelo nel marzo 2017, quello di Omar Trotta a Vieste nel luglio 2017 e l’agguato fallito contro il manfredoniano Giovanni Caterino. In tutti e tre i luoghi del crimine gli inquirenti collocano Marco Raduano.

Silvestri

Il boss Marco Raduano, detenuto da tempo, è sospettato di aver preso parte all’omicidio di Giuseppe Silvestri, detto l’Apicanese. E’ l’assassinio per cui il boss sipontino Matteo Lombardi è stato condannato all’ergastolo in primo grado e sta ora affrontando il processo di appello. Con lui ci sarebbe stato, come esecutore materiale, proprio il viestano.

I pm della DDA affermano nell’avviso di conclusione delle indagini che Raduano, in concorso con altri (tra cui Matteo Lombardi), avrebbe “con premeditazione cagionato la morte di Silvestri, con l’aggravante di aver agito con metodo mafioso e al fine di agevolare il gruppo criminale Lombardi-Ricucci-La Torre, contrapposto al clan Libergolis di Monte Sant'Angelo, quest'ultimo riconosciuto come associazione mafiosa, sodalizio in cui la vittima era inquadrata”.

I pm definiscono Raduano “componente dell'associazione mafiosa Lombardi-Ricucci-La Torre” e sottolineano “le modalità plateali della condotta illecita, volta a provocare allarme sociale, attribuendo evidenza pubblica all'azione delittuosa e rafforzando il messaggio omertoso a chi doveva intenderlo, con l'adozione di metodiche operative e circostanze sintomatiche dell'avvertimento mafioso (considerando il calibro dell'arma utilizzata, l'esplosione di numerosi colpi di arma da fuoco in direzione di parti vitali della vittima, l'allontanamento indisturbato del colpevole dal luogo del delitto, mostrare platealmente la ferocia e la forza dell'assassino, sì da intimorire la popolazione del luogo)”.

Trotta

Fece sdegno anche l’omicidio, in pieno giorno e in pieno centro, a Vieste, del giovane Omar Trotta, freddato nella sua pizzeria. La DDA è convinta che c’entrino Raduano, il sanseverese Angelo Bonsanto (sodale della batteria foggiana Moretti, alleati del clan Romito), i viestani Gianluigi Troiano e Danilo Della Malva, il mattinatese Antonio Quitadamo.

I cinque, “in esecuzione del medesimo disegno criminoso e in concorso tra loro e altre persone (almeno un altro esecutore)”, avrebbero ucciso Trotta “con premeditazione e per abietti motivi, consistiti nella ritorsione per avere Trotta, quale componente del contrapposto gruppo Miucci-Perna-Iannoli, partecipato all'omicidio di Giampiero Vescera, cognato di Raduano, di cui non riconosceva la supremazia criminale disubbidendo all'ordine di esilio da Vieste e pagamento di 100.000 euro, nonché nell'intenzione da parte degli autori dell'azione omicidiaria di acquisire nel territorio un incontrastato controllo criminale mediante la consumazione dell'efferato delitto)”.

Trotta fu ucciso con una calibro 38, Tommaso Tomaiuolo (sodale di Miucci, clan dei Montanari) fu colpito con una calibro 9 ma si salvò.

Secondo l’accusa Raduano fu il “mandante e organizzatore dell'omicidio”, Troiano ebbe “il compito preliminare di fornire agli esecutori una fotografia di Trotta e successivamente di avvisare gli esecutori della presenza di Trotta nel luogo del pianificato omicidio”, Bonsanto “il ruolo, unitamente ad altro complice, di esecutore materiale dell'omicidio, mentre Della Malva sarebbe stato “ausiliario di Raduano nell'organizzazione dell'omicidio e nel fornire assistenza logistica e materiale nella loro breve permanenza viestana ai due esecutori materiali dell'omicidio. Infine Antonio Quitadamo è colui che avrebbe fornito la pistola calibro 38 a Bonsanto e che avrebbe accompagnato lontano da Vieste, subito dopo l’agguato, Bonsanto e l'altro esecutore materiale.

Peraltro, Raduano commise il fatto – a detta dei pm – mentre era sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, mentre Della Malva e Quitadamo durante la loro latitanza.

“Un fatto commesso con metodo mafioso a Vieste, area all'epoca contesa tra due principali gruppi criminali che si fronteggiavano con le armi per ottenere e assicurarsi il controllo territoriale, in modo plateale (per modalità di consumazione del reato, in pieno giorno,  all'interno di un locale pubblico, completamente travisati e in ragione del numero e del tipo di armi utilizzate) e tale da incutere pubblico timore, anche nei confronti di soggetti inseriti, o vicini all'avversa organizzazione criminale (Miucci-Perna-Iannoli)”, scrivono i pm. “

Trotta doveva essere punito e ciò doveva costituire una lezione per gli altri soggetti che non riconoscevano il predominio del gruppo Raduano-Della Malva. Un fatto commesso al fine di agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso gruppo Raduano-Della Malva, articolazione viestana del gruppo Lombardi-Ricucci-La Torre, di cui erano sodali o, comunque, vicini, rafforzandone la propria forza di intimidazione attraverso una dimostrazione di forza criminale sul territorio, eliminando un soggetto legato al gruppo rivale”.