Quarta mafia, contro il pentito Tarzan si cerca di smontare il quadro del giogo del clan sul comparto della pesca

La Nera
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“Un giorno ci lamentammo tutti e due. Dissi ‘almeno tu paghi la tangente e lavori’, rispose ‘io rischio già che spaccio e poi gli devo pagare pure la tangente”. L’aneddoto relativo al dialogo con uno spacciatore di cocaina – che “un tot a settimana lo doveva dare a Pietro La Torre” è tra le dichiarazioni che il pentito sipontino Antonio La Selva, detto Tarzan, grossista di pesce, ha reso lo scorso 13 giugno scorso nell’incidente probatorio fiume svoltosi presso l’aula bunker del Tribunale di Bitonto davanti al giudice Marco Galesi, ai pm Ettore Cardinali e Luciana Silvestris della DDA di Bari e ai legali degli altri indagati nell’ambito della maxi operazione antimafia Omnia Nostra.

Dopo quanto già pubblicato ieri da l’Attacco, La Selva è stato sentito in merito a molte altre questioni inerenti il controllo sul comparto della pesca a Manfredonia da parte del clan Romito-Ricucci-Lombardi.

Rispetto a Pietro La Torre, uomo di punta del clan, La Selva ha affermato: “Era rimasto solo Michele Lombardi fuori che non è che dava tanto fastidio. Venne Mario Scarabino proponendomi di mettere il figlio a lavorare: ‘Fai questa cortesia prima che esce il padre’”.

Il pentito ha fatto riferimento al figlio di La Torre, che avrebbe dovuto lavorare in un’altra impresa diversa da Primo Pesca. Una volta libero, La Torre si presentò da La Selva arrabbiato. “Disse ‘da oggi in poi sto io, mi devi dare 2mila euro al mese a me, più devi mettere a lavorare mio figlio’”.

I pm gli hanno poi chiesto di Lele Russo (noto anche per essere stato, mesi fa, tra gli arrestati per il maxi-colpo sventato da 80 milioni di euro alla Mondialpol in provincia di Brescia). La Selva ha spiegato che inizialmente aveva l’impresa GLA, “un'azienda che aveva molte barche”, definendo Russo “un soggetto vicino a tutti loro, Michele Lombardi, La Torre, Ricucci” e assicurando che Russo “sapeva tutto” del fatto che l’assunzione di Mario Scarabino era stata imposta da Pasquale Ricucci”.

“Dopo l’assunzione di Scarabino avevo libero mercato, potevo chiamare i pescatori e aggiudicarmi il pesce”, ha aggiunto.

Al termine dell’esame da parte dei pm, La Selva è stato controesaminato dai legali degli altri indagati di Omnia Nostra. Nessuna domanda è stata posta per conto del consigliere comunale di Manfredonia Adriano Carbone, indagato come professionista.

Sollecitato dalle domande dell’avvocato Raul Pellegrini, difensore del titolare di Primo Pesca Sebastiano Gibilisco (di cui La Selva era socio di fatto), il pentito ha precisato che i referenti del clan non hanno mai investito denaro nell’impresa ittica e che le minacce sono state indirizzate sia a lui che a Gibilisco. “Se fosse stato per me il giorno stesso già parlavo di tutto questo”, ha affermato La Selva riferendosi al proprio arresto.

“Non abbiamo mai avuto soci occulti. I soldi che dovevamo dare erano sempre per le loro minacce”, ha puntualizzato rispetto al caso dei 17mila euro che lui e Gibilisco non riuscivano a pagare a Matteo Lombardi.

L’avvocato Gianluca Ursitti ha incalzato La Selva rispetto alla conoscenza del coinvolgimento di Luigi Bottalico nel caso dei Lanzone.
L’avvocato Francesco Santangelo si è focalizzato sul primo interrogatorio di La Selva presso la DDA dopo la decisione di collaborare, quando il manfredoniano disse che Matteo Lombardi andò da lui a chiedergli soldi dopo la morte di Pasquale Ricucci, ucciso a Macchia nel novembre 2019. La Selva ha replicato adesso che lo stress e la paura lo avevano indotto a fare confusione.

“Michele Lombardi venne a chiedere i soldi dopo la morte di Ricucci ma il padre prima. Matteo Lombardi fu arrestato ad aprile, era impossibile venirmi a chiedere i soldi dopo se stava in galera. Ricucci a fine ottobre 2016 fece la prima minaccia, a novembre ingaggiammo Mario Scarabino e a dicembre demmo le prime 3mila euro a Pasquale Ricucci. A gennaio 2017 io e Gibilisco gli dicemmo che potevamo dargli le 3mila euro periodicamente e non mensilmente. La risposta di Ricucci fu “'va bene, mo vi mando Matteo e ve la vedete con lui". Dopo qualche giorno venne Matteo e ci mettemmo d'accordo con lui. Lui disse: “Va bene così però mi raccomando non sgarrate, entro la fine dell'anno chiudetemi". Poi successe che quell'anno andammo in difficoltà, però c'era una differenza tra Ricucci e Lombardi, Ricucci era molto aggressivo, con Lombardi ci si poteva più ragionare, ti dava più spazio. Per tutto il 2017 pagammo 6-7mila euro. Ad aprile 2018 dovevamo dare ancora 17mila euro dell’anno precedente”.

Santangelo ha chiesto se in quel periodo di mancati pagamenti avessero subito danneggiamenti o cose gravi. “Le solite minacce, pesci gratis a volontà. Solo a Natale si prendevano quasi quei 12 o 13mila euro di pesci di sporte, tutti gli anni. Quelle non sono minacce, sono di più delle minacce. Non potevano fare danneggiamenti perché loro stavano lì per prendere soldi e pesce”. Insomma, tra vertici del clan e “ragazzi” andavano via 250-60 cassette” di pesce a Pasqua, Ferragosto e Natale.

Il penalista ha voluto sapere poi se La Selva avesse assistito alle dazioni di denaro da parte di Gibilisco (che gestiva la parte contabile) a Matteo Lombardi e gli ha chiesto delle minacce subite dal suo storico fornitore Virgilio (capo d’imputazione di cui La Selva risponde insieme ad Antonio Zino).

L’avvocato Pietro Schiavone, presente per conto di Matteo Lombardi e Mario Scarabino, ha fatto presente a La Selva che, dato che Primo Pesca è stata monitorata per anni, chi vi si recava è stato filmato dalle telecamere. Poi è passato a chiedere come venisse pagato Scarabino anche quando non era formalmente ingaggiato e chi lo sapesse.

“Lo sapevamo solo io e Gibilisco. Era il nipote di Pasquale Ricucci, era il compare perché lui con Matteo Lombardi si chiamava "compare", con Piero La Torre aveva un certo rispetto, cioè come se era uno di loro. lo avevo paura di Mario Scambino”.

Schiavone ha voluto sapere se La Selva avesse rapporti al di fuori di Primo Pesca coi Lombardi, Ricucci, etc, come feste e cene. “Non ci sono mai andato”. Mentre l’avvocato Michele Arena, che difende Michele Lombardi, ha chiesto al pentito se sapesse che quest’ultimo aveva prestato soldi a Luigi Bottalico. L’avvocato Angelo Pio Gaggiano ha tirato fuori un documento, fornito dalla moglie di Zino, timbrato da Primo Pesca e firmato, con la dicitura “restituzione prestito Zino”.
La Selva ha disconosciuto la propria firma e dichiarato di non averlo mai visto prima, escludendo anche il coinvolgimento di Gibilisco.

Gaggiano ha chiesto infine se La Selva sapesse di un debito di 30mila euro di Gibilisco nei confronti di Zino. “No, me l’avrebbe detto”.