Giornalisti nel mirino delle Procure. O servono alle indagini oppure vengono indagati e sottoposti a esame sul loro lavoro

La Nera
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Il sequestro del telefono cellulare di Francesco Pesante rischia di far segnare il punto di non ritorno tra i giornalisti di Capitanata e gli organismi inquirenti che in questa provincia pare stiano mandando segnali chiari circa il controllo e la gestione delle informazioni su specifici fatti di cronaca. Il suo difensore Michele Vaira è insorto ricordando che “l’iniziativa è gravemente lesiva dei diritti del mio assistito, appartenente ad una categoria professionale che può avvalersi del segreto al fine della tutela delle fonti di informazione. La ricettazione è poi pacificamente esclusa a carico dei giornalisti in casi del genere”.

Questa vicenda sembra essere il culmine di un progressivo deterioramento delle comunicazioni tra i due mondi che fino a qualche anno fa avevano relazioni molto più dirette e sicuramente efficaci. I cronisti più anziani e gli operatori di polizia più esperti ricordano come investigatori e giornalisti avessero rapporti consolidati, rigorosamente confidenziali e reciprocamente produttivi nel gestire le rispettive attività, sempre nel rispetto dei ruoli. Praticamente collaboravano, mentre ora non vengono convocati più nemmeno i cosiddetti “mattinali”, cioè gli incontri tra le forze dell’ordine e i media, per fare il punto della situazione in una Provincia in cui la cronaca nera e giudiziaria assumono ancora e sempre un ruolo rilevante nel dibattito pubblico e con risvolti concreti sugli aspetti sociali.

Di tutto questo non c’è più niente, tranne qualche sporadica conferenza stampa i cui contenuti non vanno oltre lo stretto necessario. I comandanti dei reparti territoriali (Commissariati di Polizia, Compagnie di Carabinieri e Guardia di Finanza, solo per citare quelli più diffusi) ormai sono arroccati nei propri uffici, non ricevono i giornalisti neanche per appuntamento e magari non rispondono nemmeno al telefono.
La motivazione? “Mi dispiace, non posso parlare, perché bisogna farsi autorizzare dalla Procura”.

La Procura è in effetti l’ufficio che tutto gestisce e tutto comanda. Quando c’è un’operazione di Polizia Giudiziaria sul territorio, scatta questo meccanismo: il responsabile locale scrive una bozza di comunicato e lo invia al suo referente del capoluogo (questura o comando provinciale). Questi a sua volta lo sottopone alla Procura che decide come, se e soprattutto quando diffondere informazioni che peraltro molto spesso sono scarne, prive di particolari che comunque non pregiudicherebbero il segreto istruttorio, e senza nomi che la popolazione avrebbe comunque il diritto di conoscere.

Perché poi la percezione della presenza dello Stato, quello che invita costantemente “a denunciare, senza aver paura delle conseguenze”, si dovrebbe manifestare soprattutto attraverso i mezzi di informazione che danno riscontro di operatività, “presenza” e pure velocità di esecuzione di certi provvedimenti.

Non accade di rado di riferire invece di fatti accaduti anche venti giorni prima, oppure di giornalisti “convocati” per essere ascoltati su vicende che hanno trattato o per cercare di farsi rivelare le fonti che hanno acquisito con il loro lavoro (ne riferiamo in altri articoli con due testimonianze di giornalisti della nostra testata, ndr). Eppure manifestazioni di disagio sulle nuove norme sulla “presunzione di innocenza”, che hanno fatto alzare parecchi steccati, sono state espresse dal procuratore di Bari Roberto Rossi, il quale ha recentemente dichiarato a Repubblica: “Si dice che bisogna rompere il rapporto tra Procure e mondo dell’informazione, ma si dà solo al Procuratore la possibilità di selezionare. È folle, perché le notizie dovrebbero selezionarle i giornalisti, senza i quali tante storie in questo Paese non sarebbero mai state raccontate”.

Anche il Procuratore di Foggia Ludovico Vaccaro si è espresso praticamente negli stessi termini pochi giorni fa in un convegno a Lucera, anche se proprio l’Attacco mesi fa gli aveva posto la questione di un possibile rapporto professionale privilegiato, intrattenuto con una giornalista foggiana.
A ogni modo, succede dappertutto così come a Foggia? No.

In realtà le discrepanze gestionali sul territorio italiano sono diverse, visto che, per dirne una, il Procuratore di Perugia Raffaele Cantone ha deciso di diffondere direttamente dal suo ufficio le ordinanze di custodia cautelare dopo la loro esecuzione, quasi a garanzia degli indagati e della stesse indagini che quindi possono essere divulgate attraverso un atto divenuto pubblico e perciò attingendo a una fonte certa.
Pure questo è un modo per “controllare” i flussi informativi, ma certamente va verso un’apertura degli stessi.

Della questione quasi certamente se ne parlerà anche stamattina in un incontro quasi profetico allestito alla sede della Provincia di Foggia dove è in programma un corso di formazione sul tema “Presunzione di non colpevolezza, diritto di cronaca e diritto dei cittadini ad essere informati: interessi inconciliabili?”. A Palazzo Dogana è annunciata la presenza di Angela Procaccino, docente di diritto processuale penale a Foggia, Fabrizio Cangelli, esperto di diritto del lavoro, ma soprattutto di Roberta Bray, sostituto procuratore della Repubblica di Foggia e Raffaele Lorusso, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

Proprio Fnsi e Assostampa Puglia sono già intervenute sulla questione denunciando “con forza la pratica, tanto più inaccettabile quanto ormai diffusa, di sequestrare gli strumenti di lavoro dei giornalisti per risalire alle loro fonti, in contrasto con il segreto professionale e in violazione delle numerose sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Questo ennesimo caso ripropone l’urgenza di un intervento normativo a tutela delle fonti giornalistiche e del segreto professionale, essenza stessa del giornalismo. Sosterremo tutte le iniziative che il collega deciderà di intraprendere a difesa del proprio lavoro e del diritto di cronaca, che azioni come questa mettono in pericolo insieme con il diritto dei cittadini ad essere informati”.

Nelle ultime ore c’è stata pure la presa di posizione di “Articolo 21, liberi di…”, associazione presieduta da Paolo Borrometi che riunisce esponenti del mondo della comunicazione, della cultura e dello spettacolo, cioè giornalisti, giuristi ed economisti che si propongono di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero. Un articolo di Stefano Lamorgese evidenzia in particolare una circostanza: “Nella provincia italiana che, secondo i dati del Viminale, si classifica al primo posto per estorsioni e al secondo per omicidi perpetrati e tentati, l’attenzione della magistratura si rivolge all’attività dei giornalisti che cercano, a proprio rischio, di offrire una testimonianza civile”.