Si brucia di tutto in questi giorni in Capitanata, fumi e polveri invadono le città e l’aria diventa irrespirabile

La Nera
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E’ da qualche settimana iniziata la trebbiatura del grano in Capitanata e con essa l’odioso fenomeno della bruciatura delle stoppie: intere distese di residui pagliosi vengono puntualmente date alle fiamme generando gigantesche nubi di fumo che ammorbano l’aria per giorni interi. I fumi e le polveri nere invadono i centri abitati, soprattutto durante la notte quando i campi vengono incendiati, creando disturbi di varia natura alla cittadinanza.

Il punto è che, oltre al disagio prodotto, la pratica è vietata in questo periodo e da diversi anni a questa parte, secondo quanto fissato dalla Regione Puglia: in generale è vietato bruciare le stoppie dal 15 giugno al 15 settembre, salvo la proclamazione dello stato di grave pericolosità di incendi che anticipa i termini. In altre parole, i roghi di questi giorni sono di fatto illegali ma è pressoché impossibile beccare i responsabili in flagranza di reato, salvo sporadici casi segnalati dalle forze dell’ordine. Non bastano neppure i numerosi interventi dei Vigili del fuoco per spegnere i roghi. Spesso gli incendi non hanno nessun controllo e finiscono per spazzare via anche aree verdi selvatiche.

Il problema quindi non riguarda solo i residui colturali, ad andare in fumo è anche la macchia mediterranea e i boschi, fenomeno favorito dal clima anomalo con alte temperature e afa ma a preoccupare – sottolinea Coldiretti Puglia – è anche l’azione dei piromani con il 60% degli incendi che si stima sia causato volontariamente. Insomma, si brucia di tutto.

Ai costi economici e sociali si somma una vera catastrofe ambientale con tamerici, salici tra le piante ad alto fusto, mentre per le erbacee sono presenti nell'area rappresentanti del genere Cyperus (Zigolo), Scirpus (Lisca), Typha (Lisca maggiore) e la Salicornia, andati in fumo in un luogo di sosta e nidificazione di molti uccelli come l'airone cenerino, il cavaliere d'Italia, la gallinella d'acqua, il falco di palude – sottolinea la Coldiretti regionale – e dove saranno impedite anche tutte le attività umane tradizionali. Un disastro sotto ogni punto di vista con la distruzione totale delle erbe e delle essenze che sono alla base dell’alimentazione di pecore e mucche.

Abitudine dannosa e pure sostanzialmente inutile: si potrebbe sintetizzare in questi termini l’opinione dell’agronomo foggiano Mirko Di Cataldo, titolare dell’omonimo studio che da anni si occupa di portare in campo agricolo innovazione e ricerca scientifica, in tutta Italia. Raggiunto telefonicamente da l’Attacco l’interrogativo postogli è stato: bruciare le stoppie apporta benefici al terreno?

“Assolutamente no – la risposta netta dell’esperto -. Bisognerebbe piuttosto interrare quel residuo per apportare sostanze organiche al terreno, facendo esattamente il contrario di ciò che si fa ora. Oggi c'è un problema: si dovrebbe applicare in agricoltura la gestione del suolo, cosa che gli agricoltori dalle nostre parti non fanno. In altre parole, bisognerebbe adottare le buone pratiche agricole che sono contemplate dalla condizionalità. Nel caso delle stoppie, c'è un residuo organico che può essere incorporato nel terreno con un arricchimento di sostanza che aumenterebbe quindi la qualità del suolo. I nostri terreni invece, per un uso eccessivo che se ne sta facendo anche nelle lavorazioni, sono soggetti a ossidazione della sostanza organica, che tradotto in termini più semplici significa che stiamo impoverendo e facendo diventare desertici i nostri terreni”.

Con la bruciatura delle stoppie non solo si sottrae preziosa sostanza organica alla terra ma si peggiora la situazione emettendo in atmosfera anidride carbonica, che come conseguenza ha l’innalzamento delle temperature e i cambiamenti climatici. “Paradossalmente l'agricoltore oggi subisce gli effetti del cambiamento climatico – ha fatto notare l’agronomo -, come abbiamo visto non più tardi di 10 giorni fa con gli eventi climatici estremi, quando in un’ora e mezza, tra Torremaggiore, Serracapriola e San Paolo sono caduti 110 millimetri di pioggia. Gli agricoltori che bruciano i residui sono complici di questi cambiamenti, innalzando il livello di anidride carbonica liberata attraverso la combustione di materiale vegetale non si fa altro che contribuire a creare le condizioni per gli effetti che poi vedono sui loro campi. E invece sarebbe bene fare il contrario: sottrarre CO2 attraverso delle tecniche di incorporamento di anidride carbonica nel suolo”.

Sono tecniche costose? “Assolutamente no - la risposta -, erano quelle che praticavano i nostri nonni, banalmente basta arare la terra dopo il raccolto. Io stesso sto riscoprendo i libri di mio padre, che pure era agronomo, e comincio a pensare che l'eccessiva industrializzazione ci abbia fatto perdere il senso delle piccole cose, molto preziose”.

Questo però è un problema che altrove è già stato risolto da tempo. “La bruciatura riguarda principalmente i residui di grano e pomodori ma ad esempio a Tarquinia, nel Lazio, è vietato bruciare i residui. Gli agricoltori quindi hanno applicato una sminuzzatrice dietro la macchina che raccoglie i pomodori per cui il residuo diventa talmente piccolo da trasformarsi quasi in una pacciamatura al suolo, cioè diventa una sostanza organica. Il Sindaco di quel Comune ha emanato un'ordinanza per vietare le bruciature e il problema si è risolto sostanzialmente in due anni”.

Ma più che una questione di imposizione, si deve ragionare sulla sensibilizzazione degli agricoltori. “Questo è un classico esempio di economia circolare in cui lo scarto o il residuo possono diventare una risorsa – ha rimarcato Di Cataldo -. Questi temi sono attualissimi anche nell'agenda dell'Unione Europea: il contenuto di sostanza organica nel terreno è un problema che va affrontato e ci sono tutta una serie di studi e ricerche che riguardano anche i tipi di lavorazione. Una settimana fa a Padova ad esempio ho avuto modo di incontrare alcuni agronomi che si occupano di fisica del terreno che stanno studiando come diverse lavorazioni impattino sulla qualità del suolo e quindi sulla diminuzione del peggioramento della qualità. Si sa che la differenza tra un deserto e un suolo agrario sta proprio nel contenuto organico, più questo diminuisce, più si va verso situazioni di desertificazione. Ecco perché bisogna lavorare per aumentare il contenuto di sostanza organica, soprattutto ora, con i cambiamenti climatici deve essere una delle priorità delle aziende agricole. Basti pensare che in frutticoltura, ed è previsto anche nella nuova Pac, è necessario inerbire gli interfilari, l’inerbimento è un’altra pratica che rientra nella gestione del suolo, grazie al quale non si vanno a fare le lavorazioni e al contempo si apporta tutta quella serie di sostanze organiche che con gli sfalci si devono integrare. Da noi però non si fa, basti guardare un vigneto del Nord e uno delle nostre parti, combatto una guerra che finora sto perdendo per convincere gli agricoltori a fare gli inerbimenti. Proprio non vogliono farli, per l’incomprensibile volontà di tenere i filari ‘puliti’. Invece al Nord è anche una delle caratteristiche di abbellimento del paesaggio”, ha ricordato il tecnico.

Manca quindi una vera e propria cultura della gestione del suolo: “E’ importante far capire agli operatori del settore che è necessario cambiare modello, considerato che queste pratiche che si tramandano da generazioni, sono ormai obsolete. Gli agricoltori sono convinti che coltivare un terreno su cui sono stati bruciati gli scarti porti a risultati migliori. Questo forse è vero nel breve periodo ma nel lungo periodo c'è un grande peggioramento, le cosiddette ceneri potrebbero fungere da concime ma guardando al futuro, non funziona e, anzi, l’esito è deleterio”, ha avvertito Di Cataldo.