Botta e risposta fra Romano e il presunto ladro

La Nera
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Tutto è bene quel che finisce bene. Almeno, così si diceva un tempo, perché oggi, le storie a lieto fine, quando i protagonisti sono un ladro, o presunto ladro, e un imprenditore, sono difficili e rischiose. Ricapitoliamo: Carlo viene immortalato dalle telecamere di videosorveglianza di Gianmichele Romano, imprenditore di Foggia, mentre tenta di introdursi nella sua casa.

Gianmichele, esasperato, perché si tratta del terzo tentativo in pochi giorni, si mette alla ricerca del nome del giovane, che riconosce dal dettaglio di una mano offesa, per averlo visto in altre notizie di cronaca. Lo trova fra i suoi amici in comune sul social media Facebook e indignato dalla spavalderia del ragazzo che a volto scoperto tenta di entragli in casa, magari avendolo studiato sui social, proprio su Facebook pubblica questo video della tentata effrazione, la foto e il nome completo di Carlo e registra lui stesso un video in cui dice: “Questo è il ladro che è venuto a casa mia più di una volta, è fra i nostri amici. Fate attenzione e scrivetegli anche voi”.

Insomma, l’ha sputtanato, come si dice. La notizia ripresa da l’Attacco rimbalza ovunque. Il video, diventa virale, e il volto di Carlo che forza il ferro del cancello è ovunque. Dai siti di notizie non più solo locali, ma anche regionali, fino alle immagini dei tg più importanti. La Questura dice, “Noi non ne sappiamo niente, i video di gente che commette crimini vanno accompagnati da denuncia formale, per poter procedere e perseguire il reato”. E l’imprenditore così fa.

Raccoglie tutto il materiale possibile, video, foto e quant’altro e deposita la sua denuncia, spinto anche dai numerosi messaggi che riceve di solidarietà. Di complimenti per il senso civico mostrato. “Non si può procedere sulla base di un video postato sui social – ci aveva confermato anche Piernicola Silvis – scrittore e dirigente della Polizia di Stato –. Deve venire da noi e portare il video. Formalizzare la denuncia e lasciarci fare le indagini e procedere. La mia lettura è quella di un uomo esasperato, che non ce la fa più e che ha scelto la via diretta e immediata di parlare alle persone attraverso i social. Lo capisco e dico che l’esasperazione può farci fare gesti non convenzionali, ma la strada giusta è sempre quella della legge”.

E così è stato. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Ma. C’è sempre un ma… Intanto, di venerdì 17 un colpo della strega colpisce Romano, costretto a letto e immobilizzato. Fortuna che la denuncia l’aveva depositata il giorno prima. Lui scherza, dicendo che avrebbe immaginato una ritorsione di Carlo, ma non così fatale. E Carlo invece si materializza sotto un'altra forma.

E’ infatti la moglie del giovane a chiamare in uno degli hotel di Romano e a cercare l’imprenditore per parlargli. I due si sentono al telefono.

“Ma le sembra bello cosa ha fatto?”, dice lei, incalzando Romano.

“Io? E a lei sembra bello cosa ha fatto lui?”, replica l’imprenditore.

“Ma voleva vedere se c’era un bici, che forse era stata rubata, lui la cercava…”.

“Signora, me lo poteva chiedere… Non certo tentare di entrare in casa”.

Il botta e risposta va avanti per un po’ e alla fine lei si ammansisce, prova a scusarsi, dice che il ragazzo cercava solo una presunta bici all’interno dei locali dell’uomo, e che poverino, è senza lavoro, e non sa come deve fare. “Ora chi lo prende dopo questa storia. Tutti ci guardano, anche quando andiamo al bar o a fare la spesa”. Insomma, un gran casino. Romano si dispiace. L’attacca un po’, dicendo che la sua è stata una reazione legittima a un gesto brutto. Che Carlo deve smettere di andare a rubare, che deve mettersi a lavorare e fare la persona perbene.

Ma il lavoro a Carlo chi glielo dà? Anche se ha una disabilità, i suoi precedenti e la sua reputazione non lo aiutano certo.

La questione è anche un’altra. L’imprenditore lo poteva fare? Cioè poteva mostrare il volto del ragazzo? “Questo non possono dirlo i giornali, non può dirlo la Questura e neanche gli avvocati – dice Claudio Lecci – ex dirigente della Polizia di Stato –. E’ come discutere del sesso degli angeli. Chi decide è la giurisprudenza. Anche la Cassazione dà indirizzi diversi sulle questioni. I processi si fanno in Tribunale ed è la legge a dire se è giusto o meno. Vedremo cosa dirà il giudice. Questi sono i nuovi fenomeni che derivano da un nuovo modo di comunicare. E’ tutto in divenire e tutto interessante per come si sviluppa”.

E a proposito di sviluppi e comunicazione, a Carlo e anche a Gianmichele in tanti hanno scritto. E alla fine si sono scritti pure i due. “Ciao, sono Carlo, se vuoi ci possiamo vedere”.  E ora che si fa? Romano dovrebbe offrirgli un lavoro? Perdonarlo? Ritirare la denuncia? Provare a capire il lato umano che c’è dietro una persona che delinque? Cioè provare a dare un lieto fine a questa storia, oppure no? “Sarebbe un bel gesto, lo so, ma al momento non ci sono le condizioni – ci dice – e io non voglio impegnarmi e nemmeno promettere perché illudere non è bello. Le parole della signora mi hanno toccato, ma so bene che non è una giustificazione rubare perché non si trova lavoro. Come so bene i tempi che viviamo e le difficoltà che si hanno nel cercare lavoro. Posso solo augurarmi che non ci siano episodi di forzatura o di ripicca. Lui mi sta cercando, non so se parlare o altro. Mi auguro intanto che questa storia possa servire a tutti ad essere più responsabili delle proprie azioni.  Ho ricevuto anche molti messaggi forti, contro Carlo. Ecco, non so se lo incontrerò o no, né se lo assumerò o meno, però certo la strada della violenza né quella degli insulti credo sia giusta. ll mio gesto, togliamogli la maschera voleva essere questo. Capire che anche dietro un ladro c’è una persona. Non solo un passamontagna, quando lo mettono, e che dobbiamo fare in modo che queste maschere cadano”.

Forse per il lieto fine non è ancora tempo, ma la lezione di sicuro sarà servita a tutti.