“Io e la mia famiglia siamo protetti, la mia azienda no”

La Nera
Carattere
  • Più Piccolo Piccolo Medio Grande Più Grande
  • Predefinito Helvetica Segoe Georgia Times

Campi di grano incendiati e procuratori minacciati. Non è un film americano quanto piuttosto la cronaca foggiana sempre più violenta e spavalda. Solo qualche giorno fa un incendio ha distrutto circa 80 ettari di grano in zona Incoronata e i tubi d’irrigazione dei campi di pomodoro dell’imprenditore campano Lazzaro D’Auria, componente dell’associazione antiracket del capoluogo daunio che si è opposto alle richieste estorsive del clan Moretti-Pellegrino-Lanza della mafia foggiana.

L’altroieri è invece toccato a Ugo Fragassi (vedi articolo in basso, ndr), titolare della cooperativa Ats Montemaggiore risultata vincitrice della gara per la concessione a 15 anni di “Selva di Giardino” Azienda Agricola Masseria Giardino, di proprietà del Comune di Foggia. Dodici gli ettari andati in fumo.

“Purtroppo c’è una parte di foggiani che non è abituata a lavorare – commenta D’Auria a l’Attacco – così vorrebbero fare soldi, chiedendo piccole e grandi estorsioni. Poi c’è un’altra parte di cittadini operosi, un po’ come nella favola della cicala e della formica. Funziona esattamente così: tra chi si mette in gioco e lavora e chi, invece, vorrebbe vivere alle spalle degli altri. I personaggi che incendiano il grano non sono altro che una ramificazione della mafia foggiana che ha posizionato questa gente su precise aree e sulle quali si fanno i soldi spartendoseli. Sono delinquenti che sanno ciò che fanno – prosegue – l’incendio doloso prevede oggi pene minime. Chi si macchia di questi reati non incorre mica in 8/10 anni di galera, ma se la cava con poco, con i domiciliari o addirittura a piede libero. Il Pil del settore grano della provincia di Foggia è buona parte del Pil regionale e questo, i delinquenti, lo sanno bene. I conti li sanno fare e sanno anche quando conviene incendiare il grano. Proprio per questo colpiscono durante la raccolta”. I tubi di D’Auria, infatti, sono stati incendiati qualche giorno fa e non mesi addietro nel momento della preparazione dei terreni.

“Hanno appiccato il fuoco ai tubi dopo che avevo speso soldi per la lavorazione del terreno e la sua concimazione che mi sono costati un investimento di 4000 mila euro a ettaro così da impedirmi di coltivare oppure obbligarmi a riacquistare i tubi”.

Conti alla mano gli 80 ettari bruciati equivalgono ad un incasso mancato di circa 240mila euro. A questi si aggiungono i costi dei tubi (4 mila a ettaro, come già detto) e la perdita di altri 140mila euro nel caso in cui non si riuscisse a coltivare. Il danno supererebbe di lunga i 400mila euro.

“Il mondo agricolo è così, grandi investimenti, moltissimi sacrifici e pochissimi utili – commenta l’imprenditore - purtroppo non possiamo nemmeno immaginare un maggiore controllo da parte delle forze dell’ordine che già fanno l’impossibile. Non si possono tutelare 100 ettari di grano con perimetri di circa 7 km, citando i numeri della mia azienda all’Incoronata. Ad oggi l’agricoltura è l’imprenditoria più attaccabile. E nemmeno la videosorveglianza aiuta con distanze così grandi. Personalmente mi sento protetto, così come sento protetta la mia famiglia – confida – ma non la mia azienda. Ho dovuto raggruppare tutti i mezzi agricoli in un solo posto proprio per favorire la tutela dei beni stessi: ma a parte qualche accorgimento non si può fare altro. In realtà l’unica soluzione è quella di chiudere questa gente in galera e gettare via la chiave. Che altra ipotesi c’è? Hanno addirittura minacciato il dottor Vaccaro. Sono persone senza cervello, sanno fare solo i conti e vanno dove stanno i soldi. La cittadinanza foggiana dovrebbe opporsi nella sua totalità o non cambierà mai nulla”.

Tante le testimonianze di vicinanza giunte all’imprenditore campano, tra cui quella di Pippo Cavaliere, ex presidente della Fondazione antiracket e antiusura Buon Samaritano. “Esprimo vivo apprezzamento e profonda gratitudine nei confronti di Lazzaro D'Auria per come ha reagito all'ennesimo attentato alla sua azienda. Un imprenditore che, davanti alle richieste estorsive, ha scelto di non piegare la schiena, di non cedere al ricatto, di rimanere "imprenditore". Purtroppo sono ancora troppo pochi gli operatori economici che seguono il suo esempio in quanto timorosi di denunciare o addirittura perché ritengono "conveniente" pagare il pizzo. Capisco e comprendo le perplessità, per essere stato anch’io vittima di pesanti attenzioni da parte della criminalità, ma qui si tratta di decidere da che parte stare, da parte dello Stato o dell'antistato. Se lasciamo Lazzaro solo sarà difficile spuntarla, se invece siamo in tanti la vittoria è certa. La posta in palio non è liberarsi di una richiesta estorsiva, ma è in gioco lo sviluppo, la crescita, la dignità del nostro territorio, il futuro dei nostri figli”.