Incidente probatorio per il pentito La Selva, che conferma tutto sul clan Romito-Ricucci-Lombardi

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Si è svolto il 13 giugno scorso l’incidente probatorio relativo al pentito manfredoniano Antonio La Selva, detto Tarzan, commerciante ittico arrestato a dicembre 2021 nell’ambito della maxi operazione antimafia Omnia Nostra. Si tratta dell’inchiesta che ha svelato quanto fosse penetrante, nel settore della pesca, la pressione della quarta mafia e del clan locale Romito-Ricucci-Lombardi.

L’esame di La Selva si è tenuto presso l’aula bunker del Tribunale di Bitonto davanti al giudice Marco Galesi e ai pm Ettore Cardinali e Luciana Silvestris della DDA di Bari. A maggio il GIP Galesi aveva accolto la richiesta di incidente probatorio avanzata dalla Procura. Nello specifico, la Procura aveva chiesto che La Selva fosse esaminato “sulla sussistenza del clan Romito-Ricucci-Lombardi, sull’appartenenza al gruppo, sui metodi utilizzati dai sodali, sull’ingerenza del clan nella gestione monopolistica del mercato ittico (compreso il settore del polistirolo), sui soggetti che spacciavano a Manfredonia, il tutto come già riferito nell’interrogatorio svolto il 12 dicembre 2022”.

La Selva èstato interrogato prima dai pm e poi è stato controesaminato dai legali degli altri indagati di Omnia Nostra.

“Sono qui per confermare tutto quello che vi ho dichiarato nell’interrogatorio”, ha affermato La Selva ai pm rievocando le pressioni subite dal clan, come l’obbligo di assumere Mario Scarabino, detto lo zio. “Abbiamo accettato perché io solo che li vedevo mi spaventavo, Gibilisco peggio di me. Avevamo paura dei personaggi che avevamo a che fare, insomma, perché Pasquale Ricucci mi disse “mi devi dare 1.500 euro per mio zio, 2mila euro al mese di tangente e se sbagli qualcosa ti faccio saltare tutto in aria”. Scarabino faceva tutto quello che voleva nel capannone, arrivava agli orari che voleva lui, comandava lui gli operai, gridava agli operai. In pratica io nel capannone ero come il titolare ma io non potevo neanche gridarlo, non potevo neanche dirgli...Non so se mi spiego, quando hai a che fare con gli operai ogni tanto c'è bisogno del rimprovero e qualche altra cosa, io non potevo permettermi di rimproverarlo perché o veniva tardi, o non lavorava, o stava seduto. E il salario era sempre lo stesso”, ha dichiarato La Selva.

“Questo è successo fino a quando lui ha avuto problemi con la giustizia. Dal 2019 in poi mi sa che lui non ha avuto bisogno di essere ingaggiato”.

La Selva ha spiegato che all’epoca Mario Scarabino “gestiva a situazione per quanto riguarda la piccola pesca”. Per la piccola pesca c'era normalmente un sorteggio per l'assegnazione dello specchio di mare, ma a detta del pentito “quando subentrarono Scarabino e Michele Lombardi tutto questo cambiò, loro comandavano chi doveva pescare e dove doveva pescare, e il sorteggio andò deserto dal 2017-2018 in poi”. Insomma, “non si presentava più nessuno”. Dunque sarebbero stati i due a scegliersi “il miglior mare”, mentre “quello che non gli serviva lo spartivano per gli altri”.

La Selva ha spiegato di aver consegnato le somme di denaro “la prima volta a Pasquale Ricucci, l'anno dopo subentrò Matteo Lombardi”, precisando che “era lo stesso fatto perché Pasquale Ricucci, Matteo Lombardi e Pietro La Torre erano un'unica cosa”. Si presentavano assieme oppure si davano appuntamento proprio nell’azienda di La Selva. Non pretendevano solo soldi ma anche pesce, a suon di minacce come “vengo là e ti spacco la testa, stasera ti incendio il capannone, domani ti faccio quest'altra cosa”. Non c’erano solo i tre uomini di spicco del clan ma anche “i ragazzi”, come Giuseppe impagnatiello, detto Zurill, e Pietro Rignanese, comandati da Pietro La Torre. Quanto ad Antonio Zino, La Selva ha confermato che “si era affiliato” al clan, affermando che prendeva il pesce da lui senza pagarlo per rivenderselo a Vieste. Questo d’estate perché d’inverno lavorava “comprando e vendendo auto con Matteo Lombardi”.

La Selva ha aggiunto che nel 2017 Zino gli disse “da quest’anno devo vendere io i polistiroli”, chiedendogli dapprima spazio e aiuto e poi, in seguito, “fatture e assunzioni pure lui”. “Noi volevamo comprare il polistirolo dal nostro storico fornitore Virgilio ma eravamo costretti a comprarlo pure da Zino per forza, perché ce lo imponeva con minacce”, ha aggiunto il pentito rivelando che Zino si era preso tutta la clientela costringendo Virgilio ad abbassare il prezzo. Ma – ha puntualizzato il collaboratore di giustizia - dopo nemmeno un mese Zino incontrò lo storico fornitore di La Selva e lo minacciò “fortemente” davanti a Zino e al socio Gibilisco.

I pm hanno poi chiesto come abbia conosciuto Matteo e Michele Lombardi. Il primo gli fu presentato da Pasquale Ricucci, che usò parole chiare: “Questo è il mio compare, qualsiasi cosa vuole mettiti a disposizione”. Fu il boss Lombardi a dire ad un certo punto “da quest'anno i pagamenti li dovete fare a me”, dunque i 2mila euro mensili. La Selva chiese di poterli pagare periodicamente, visti i periodi di difficoltà. Il pentito ha confermato anche come Michele Lombardi, figlio di Matteo, dopo aver fatto fuori la famiglia Colletta da Markittica, costituì una nuova impresa ittica, Marittica.

“Si presentò a me come il figlio di Matteo e la prima cosa che fece mise il monopolio sui frutti di mare”, ha affermato La Selva. “In pratica tutti i frutti di mare che si pescavano e si vendevano a Manfredonia dovevano passare per lui, per la sua azienda. Dovevano essere comprati e venduti da lui. Il prezzo lo faceva lui, essendo da solo. Se c'era bisogno nella mia azienda di qualche frutto di mare io dovevo andare da lui e comprarlo da lui al prezzo che diceva lui. Qualcuno ha sottostato e qualcuno no”.

L’esempio fatto è quello dei Lanzone, che pescavano frutti di mare e che per aver detto di no a Michele Lombardi si sono ritrovati il furgone incendiato. “Poi si sono sottomessi anche loro”.

Mentre un uomo di Margherita di Savoia, il quale da anni veniva a Manfredonia a comprare frutti di mare dai Lanzone, fu picchiato da Michele Lombardi. Fu picchiato – secondo il pentito da Michele Lombardi e Luigi Bottalico - anche un sub barese che veniva a pescare frutti di mare a Manfredonia e che era in compagnia del fratello di La Selva.

Lo stesso Bottalico aveva avuto problemi con Lombardi jr: “In famiglia erano pescatori, poi commercianti di frutti di mare. Lombardi gli incendiò il furgone e poi se lo mise a lavorare. Come lo so? Michele Lombardi quando faceva certi gesti te lo diceva. Lo voleva a lavorare con lui, non essendo del settore gli serviva una persona che lo fosse”.

La Selva ha confermato anche di sapere che l’incendio all’impianto di carburanti di Oreste Fusilli (trasferitosi poi negli USA), situato accanto a Marittica, è stato opera di Michele Lombardi. “Il benzinaio era chiuso negli ultimi tempi e Michele lasciava lì i mezzi come fosse un parcheggio. Poi successe che un bel giorno si scontrarono perché mi sa che questo signore doveva fare dei lavori, doveva fare un bar, lo doveva rigenerare questo benzinaio e si scontrò con Michele e la notte stessa Michele gli incendiò tutto”.

Il vecchio gestore del distributore lo aveva confidato all’amico Cariglia, proprietario del capannone in cui operava La Selva. “Aveva a che fare con questi mafiosi che lo minacciavano che dovevano usare il benzinaio a tutti i costi come parcheggio e il signore voleva in tutti i modi risolverlo questo problema perché gli diceva “il giorno in cui io aprirò andremo incontro a problemi" e Michele Lombardi non voleva sapere niente assolutamente. Poi è successo che due o tre giorni dopo gli incendiò tutto”.