Cari,
Prima era più facile fare giornali. E’ vero, ti sentivi una parte che pensava di parlare a tutti. Ma tutti era troppo grande, era una piccola bugia, già sapevi di avere amici, interessi, parole e cultura con cui leggere il mondo. Piccolo o grande che fosse quel mondo. E così partivi, già protetto, come un viaggiatore munito di mappe fedeli alla maniera di Borges, invero scrupolose custodi dei tuoi labirinti interiori. Insomma, utili a tenere sotto controllo l’ignoto.

L’ignoto è diventata la nostra società, cioè voi, chi legge o dovrebbe un giornale, chi sente di avere qualche destino davanti e prima ancora dietro di sè. Non sappiamo più nulla di noi stessi, inconoscibili eppure mai così prossimi e connessi. Moltitudini di solitudini e pensieri che tengono più nulla insieme. Senza vita.

Ho sempre creduto che fare giornali in fondo fosse un modo per mettere ordine nelle altrui (e proprie) vite, renderle meno episodiche e iscriverle, nella loro irripetibilità, in un disegno temporale e storico più generale. Come se ci fosse un centro per tutti e magari una sintesi finale e, forse, una qualche formula di felicità pubblica. E che un giornale fosse lì, in un preciso e non casuale momento, per questo: allargare quello spazio, metterci dentro più persone e storie possibili, fecondare comunità aperte e giuste.

Nel linguaggio astratto e polveroso dei tempi, lo si chiama Patto con i lettori. Sono le regole di ingaggio. Sono le convenienze o i registri di razionalità o le complicità emotive o le distese immaginarie che spiegano perché si va (o si andava) in edicola a scegliere una testata piuttosto che altre.

Scegliere poi l’Attacco, come è stato per 13 anni, così cruento e irrispettoso, insolito e spiazzante, intimamente wertheriano nel tentativo di ordinare il nuovo mondo.

So che quel Patto va riscritto con più lucida passione e dobbiamo chiederti tempo. Di capire e di farci capire. Di seguirci.

Sai che non siamo più solo carta, il vecchio odore di piombo, inchiostri e diluenti, ma anche informazione on line e speriamo, a breve, presidi on life.

Cerchiamo mille (per ora) nuovi lettori, mille ripartenze, mille visioni di futuro. Perché ci ostiniamo a pensare che non viviamo solo per noi ma per le generazioni che verranno.

Piero Paciello
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